venerdì 30 gennaio 2015

THE ICEMAN (A. Vromen, 2012)

Tratto dal libro The Iceman: a true story of a cold-blooded killer, di Anthony Bruno, The Iceman nasce dalla volontà di Ariel Vromen di portare sugli schermi la vita del sicario Richard Kuklinski condannato a sei ergastoli e morto in carcere nel 2006.
Di origini polacche, Kuklinski (Michael Shannon) non ha alcun rapporto con la famiglia di origine, allontanatosi presto da un padre violento, ha un carattere riservato e apparentemente docile. Sposa Deborah (Winona Ryder) e con lei costruisce una famiglia, pur tenendola all'oscuro del suo vero lavoro. Dapprima copista di film porno, poi sicario al soldo del boss Roy Demeo (Ray Liotta), Kuklinski arriva a guadagnarsi dai media il soprannome di The Iceman, l'assassino che sevizia e congela le sue vittime.

Presentato a Venezia nel 2012, finalmente il film arriva sugli schermi italiani. La storia è pressoché classica: si prende un assassino e si porta il pubblico a sodalizzare con lui mostrandone il lato più umano. L'operazione compiuta da Vromen è di sensibile limatura rispetto al profilo del personaggio reale, poiché sceglie di omettere molti dei particolari più sadici che ne fecero un omicida efferato oltre che un killer al soldo di qualcuno. Ma un film è pur sempre un film, e va giudicato come tale, a prescindere dalla storia che lo ha ispirato.
Lineare e costante, il ritmo della sceneggiatura trae giovamento dallo sguardo di ghiaccio di Michael Shannon, qui protagonista e consolidato interprete di un ennesimo ruolo da matto, sicuramente grazie all'ambiguità con cui riesce a rendersi credibile tanto come padre amorevole che assassino spietato. Accanto a lui Winona Ryder è la moglie ingenua e devota, perfettamente a proprio agio nei panni che più volte ha indossato nella sua carriera. Altra figura consolidata è quella di Ray Liotta in qualità di mafioso senza scrupoli e mentore di Kuklinski. Una scelta meno scontata ma ugualmente azzeccata è quella di David Schwimmer (Ross di Friends) nel ruolo del protetto di Demeo. Nel cast anche Chris Evans, sicario gelataio con un soprannome da villain dei fumetti, Mr Freezy, James Franco e Stephen Dorff in due ruoli cameo.

A rendere particolarmente gustoso questo film è che non cede mai alla tentazione di spiegarsi. Vromen rinuncia a mettere troppa carne al fuoco, accenna velatamente all'infanzia difficile di Kuklinski quando, su questo tema, avrebbe potuto giocare la carta dell'empatia in qualsiasi momento. L'oscurità che avvolge il protagonista è dichiarata sin dalla prima scena che ci propone il suo volto in penombra e in primissimo piano, ed è contagiosa al punto che alla fine si finisce con l'odiare più le ingenue figure di contorno (prima tra tutte la moglie Deborah) che l'algido e imponente protagonista.

RICETTA
Non so voi, ma l'unica cosa che proprio non mangerei dopo aver visto un killer che congela le proprie vittime, è un piatto a base di carne. Anche perché molta della carne che cucino proviene dal mio congelatore (scelta quasi obbligata quando hai una mamma calabrese che ti manda quintali di cibo).
Cucinerei, invece, un piatto che ho imparato guardando in tv lo chef inglese Jamie Oliver, un piatto economico, gustoso e vegetariano.
Arrosto di sedano rapa
INGREDIENTI
1 sedano rapa
500 g di funghi champignon
panna da cucina
timo
alloro
prezzemolo
aglio
burro
olio evo
olio al tartufo (un cucchiaino)
sale e pepe qb

Lavate e mondate il sedano rapa spuntando solo la parte con le radici, dove potrebbe annidarsi ancora della terra. Su una teglia disponete due lunghi fogli di carta d'alluminio, incrociandoli. Al centro mettete il sedano e massaggiatelo con olio d'oliva e gli aromi in abbondante quantità. Salate e raccogliete la carta attorno al sedano, lasciando all'interno gli aromi e due spicchi d'aglio; prima di sigillare il tutto versate nell'involucro l'olio al tartufo e mettete una noce di burro in cima al sedano. Chiudete bene ed infornate a 180° per 3 ore. Intanto fate rosolare i funghi già tagliati con poco olio,  aglio e prezzemolo. Quando saranno quasi cotti salate ed aggiungete la panna. Servite il sedano come fosse un arrosto accompagnato dalla salsa ai funghi.

TURNER (M. Leigh, 2014))

Mike Leigh filma la vita ed i luoghi del "pittore della luce" Joseph Mallord William Turner, e con essa uno splendido ritratto dell'Inghilterra vittoriana. Racconta gli ultimi venticinque anni di vita dell'artista, il legame con il padre, il rapporto negato con moglie e figlie, la vicinanza della governante innamorata ma usata solo come sfogo sessuale, infine l'affetto per la vedova Booth. Dentro ed intorno a lui, lo sguardo alla natura ed il bisogno feroce di cambiare gli stilemi imposti dall'accademia.

Turner fu un uomo non facile, la cui ispirazione artistica sembra spesso entrare in contrasto con una personalità burbera, apparentemente disinteressata nei confronti degli uomini quanto innamorata della natura ma è in realtà essa stessa un bisogno fisico, carnale. Ogni oggetto della sua attenzione deve essere riprodotto e dipinto, come la prostituta che giace in posa sul letto per essere ritratta, prima di concedersi. Turner brama di poter afferrare e congelare gli attimi, non a caso le sue pitture di luce ispirarono tanto i futuristi, e non a caso Leigh ha pensato di raccontarne gli ultimi anni di vita attraverso la scrittura di luce per antonomasia: il cinema.

A vestirne i panni è Timothy Spall e non c'è dubbio che l'attore sia perfettamente riuscito a calarsi nel ruolo, meritando la Palma d'oro a Cannes. Celebre presso l'Accademia Reale per i suoi modi, Mr. Turner era solito esprimersi più a grugniti che a parole, tratto non facile da rendere al cinema ma qui reso magnificamente da Spall che è espressivo nel suo essere di poche parole, i rapporti affettivi sono resi con semplicità gestuale ed espressività profonda.
A dominare, però, è la fotografia, qui curata da Dick Pope, che fa del paesaggio molto più che una spalla alla narrazione, quanto un involucro di meravigliosa intensità. La luce depone il suo fascino su uomini spesso sporchi e logori, la cui resa realistica è spietata. I personaggi parlano l'inglese dell'epoca, spesso difficile da comprendere, e la vita di tutti i giorni è decritta nella sua infinità di momenti spenti e attimi abbaglianti. Probabilmente, come unica nota negativa al film, avremmo voluto vedere una maggiore densità di eventi, magari nell'approfondire il rapporto tra Turner e gli altri membri dell'accademia, Constable su tutti. In 150' di visione, però, non ci si annoia, e lo spettatore resta vigile e partecipe, totalmente calato nei ritmi lenti della quotidianità vittoriana.

RICETTA
Sul numero di Natale della rivista di Cotto e Mangiato c'è una ricetta che ho letteralmente adorato. Il piatto è un tripudio di colori e sapori che si sposa benissimo con il clima invernale e con un film variopinto nei toni e nelle immagini.
Mi scuso per la scarsa qualità della foto, ma sono sicura che il risultato della ricetta sarà di vostro gradimento.
Involtini al radicchio e melograno
INGREDIENTI
Controfiletto di manzo intero, 720 g
cipolla bianca 100g
radicchio trevigiano 700 g
melograno in chicchi 200 g
patate 400 g
pinoli 30 g 
olio e.v.o 100 ml
burro 100 g
vino bianco, un bicchiere
brodo
scalogno
pecorino in scaglie
sale e pepe qb

Tagliate il radicchio dopo averlo lavato e liberato dalle foglie più esterne. Rosolatelo in padella con cipolla, pinoli e olio, salate liberate dall'acqua in eccesso e mettete da parte. Tagliate le patate a cubetti e mettetele in forno senza grassi, su una teglia con carta forno per non farle attaccare.
Tagliate il controfiletto in fette alte quanto un dito, irroratele di olio, aggiungete sale e pepe in grani e lasciate riposare qualche minuto. Infine cuocetele su una piastra ben calda secondo il livello di cottura desiderato.
Prendete il melograno, tagliatelo a metà ed estraete i semini. Metteteli in padella con lo scalogno e il vino bianco, lasciate sfumare e cuocete ancora con un mestolo di brodo, riducete ed aggiungete il burro (io ho aggiunto un cucchiaino di zucchero di canna per esaltare la dolcezza del melograno, n.d.).
Tagliate la carne già cotta in fette sottili, formate degli involtini farciti con il radicchio e che sigillerete con uno stuzzicadenti. Cospargetele con scaglie di pecorino e infornate per pochi minuti. Servite con le patate bagnate con la salsa al melograno.

sabato 24 gennaio 2015

ITALIANO MEDIO (M. Macchia, 2014)

Giulio Verme (Maccio Capatonda) sin da piccolo coltiva il desiderio di fare la differenza (e la differenziata) rispetto agli altri. Nato in una famiglia qualunque da due genitori teledipendenti, è vegano, animalista, ambientalista e vive in una casa fatta di materiali riciclati con la fidanzata Franca (Lavinia Longhi). Un giorno bussa alla sua porta Alfonzo (Herbert Ballerina), ex compagno di scuola, che gli offre una pillola in grado di portare al 2% le funzioni cerebrali. Giulio abbandona così ogni inibizione trasformandosi, per qualche ora, nella persona che sempre aveva dichiarato di odiare.

Da più di dieci anni i fan di Maccio Capatonda (sì, Marcello Macchia) attendevano un lungometraggio. Tutti guardando i finti trailer ( Mobbasta, La Febbra, Il Vecchio Conio, per citarne alcuni) si sono divertiti immaginando che si potesse trattare di film reali, ebbene proprio da uno di questi nasce Italiano Medio. Di materiale da cui attingere ce n'era in abbondanza e nel film non mancano citazioni di vecchi lavori televisivi: c'è Mariottide, c'è il Passante di Professione, c'è l'Usciere. Tuttavia non correrò il rischio di parlare di questo film solo a chi conosce Maccio Capatonda, voglio farlo anche per chi non lo conosce e rivolgermi a quelli che sicuramente diventeranno nuovi affiliati. 

In sala dal prossimo 29 Gennaio, il film sta già riscuotendo le lodi dei critici più scettici. Incentrato sulla storia di un uomo fin troppo banale nel voler essere diverso dagli altri, Italiano Medio è uno sguardo sarcastico all'Italia delle contraddizioni, quella dove si può mangiare il porco fritto ed essere vegani, non voler guardare la tv e commentare i reality sui social network, essere politicamente impegnati e dichiarare "ma che ca**o me ne frega a me?". Già dai titoli di testa (dove compare l'indimenticabile Bruno Liegibastonliegi), Maccio finge come sempre di non prendersi sul serio, ma la storia mantiene per tutta la durata una messa in scena divertente e assolutamente credibile. Amante del nonsense e dell'assurdo, l'autore farcisce il racconto di tantissime citazioni cinematografiche ( tra cui Fight Club, Arancia Meccanica, Forrest Gump, Ocean's Eleven e soprattutto Limitless), - cosa che piace sempre tanto ai critici -, e sebbene siano tante le frasi-tormentone che fanno da raccordo nelle varie scene ( aMeChemenefregaAmme, scopare, sant'Iddio) mantiene sempre lucido il proprio punto di vista: l'italiano medio non è fatto di medietas ma di contraddizioni evidenti; tra l'uomo impegnato e l'uomo menefreghista vince l'uomo furbo, quello che si adatta e fa della propria sventura un vanto. 

Maccio Capatonda gioca tutte le carte nell'opera prima e, sebbene i suoi attori non siano professionisti anzi, molti di loro non avevano mai recitato più di una frase in un video per la tv, dietro c'è un lavoro di regia assai accurato. Nel cast anche Raul Cremona, Lo Zoo di 105 e Nino Frassica che compaiono in divertenti camei. Ad emergere oltre ad una satira genuina ed intelligente, è uno sconfinato amore per il cinema ed una cultura cinematografica tecnica e teorica molto ben dosata che, seppur con qualche limite (è pur sempre un esordio) non mancherà di coinvolgere il pubblico di ogni estrazione sociale.

RICETTA
Qui la ricetta è fin troppo facile da trovare. Ovviamente l'ingrediente base sarà il "porco", perché s devi mangiare qualcosa in onore di Giulio Verme che da vegano va a farsi un panino al "Porco Sventrato", allora la ricetta non può essere che questa

8 fette di filetto di maiale
4 uova300 g di pangrattato
olio per friggere q. b.
sale
Battete le fette di filetto di maiale con il batticarne avendo l'accortezza di inserire la fetta tra due fogli di carta forno, questo vi aiuterà a non sfilacciare la carne.
Preparate, quindi, la panatura: aprite le uova in una terrina e sbattetele leggermente con un pizzico di sale con una forchetta. Versate in una terrina, o direttamente sul piano di lavoro, il pangrattato. Intanto accendete il fuoco sotto l'olio per fritture affinché possa avere il tempo di scaldarsi. Passate le fettine dapprima nell'uovo e poi nel pangrattato.Tuffate nell'olio le fettine, una alla volta per friggerle fino a doratura uniforme.Una volta fritte, prelevate le cotolette dall'olio scolandole il più possibile ed adagiatele su fogli di carta paglia o carta assorbente per asciugarle dell'unto in eccesso. Salate le cotolette solo poco prima di servirle. Servite le cotolette ancora calde accompagnandole con dell'insalata fresca e se volete, degli spicchi di limone.

lunedì 19 gennaio 2015

L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL (D. Fincher, 2014)

Nick (Ben Affleck) ed Amy (Rosamunde Pike) sono sposati. Il giorno del quinto anniversario, però, lei scompare. Mentre tutti gli indizi sembrano portare all'ipotesi dell'omicidio, i media alimentano i sospetti su Nick.

Il film si apre con il racconto in prima persona di Amy. Dalle pagine del suo diario sappiamo come è cominciata la storia d'amore, che rapporto avevano entrambi con le rispettive famiglie, che tipo di vita conducevano a New York prima di trasferirsi nella periferia anonima del Missouri. Lei è la donna perfetta, intelligente, colta, bellissima. Lui è un marito apprensivo, ironico, affascinante. Alle delusioni ed ai fallimenti sul piano professionale ed economico, i due sembrano contrapporre un legame solido da difendere perché tutto il resto "è solo un sottofondo".

Lentamente il matrimonio deflagra come ogni altra certezza presunta. Con la crisi economica ed il senso di sicurezza che viene meno, le impalcature sociali scricchiolano e la maschera cade. Il matrimonio è uno status per cui scegliere qualcuno e diventare ciò che lui vorrebbe, l'equilibrio nella coppia è un cedere ed accontentare, tanto che essere desiderabili diventa la recita di tutta una vita; il confine tra ciò che si diventa e ciò che si era non è mai percepibile. Tra i due Nick è un ingenuo, l'aura di fascino e desiderabilità è una conseguenza del riflesso di Amy. A sua volta, lei è la fantastica Amy dei libri scritti da sua madre, una sorta di sé surrogato con cui confrontarsi per tutta una vita in una dimensione familiare anaffettiva.

Gillian Flynn, autrice del romanzo Gone Girl e sceneggiatrice per David Fincher, scrive un thriller intricato che trova nella firma registica dell'autore di Seven e Fight Club, una trasposizione visiva conturbante. Quando il punto di vista cambia assumendo lo sguardo di Amy, tutto viene ribaltato. Realtà e finzione sono talmente mescolati che non se ne distinguono i limiti, tutte le verità sembrano credibili, tutti gli inganni legittimi. Amy è vittima di Nick, ma ancor più lo è di se stessa, della gabbia tessuta sulla propria immagine. Ogni uomo che le è accanto la percepisce come una proprietà, e come tale si consegna nelle sue mani, con compiacimento masochistico. C'è un continuo incedere nella perversione della normalità da quando Fincher decide di dare al "contorno" uno spazio sempre più ampio e soffocante, la coppia non esiste ed il "sottofondo" ne decide le sorti. Lentamente i due protagonisti perdono ogni fascino e bellezza, e quel che è peggio è che non sono antipatici, né simpatici, semplicemente perdono spessore nel rumore che cresce. L'epilogo non arriva mai, non nel senso di giustizia, resta solo il senso d'impotenza, e tutto sembra ancora normale.

RICETTA
Un film che ti tiene incollato allo schermo per 149' merita una ricetta appiccicosa, no? La ricetta è di Omin Pepato


Torta Appiccicosa agli Agrumi con Miele al Gelsomino

Ingredienti:
230 gr di farina e lievito Molino Chiavazza
  • 130 gr di burro
  • 150 gr di zucchero
  • 3 uova
  • 1 barattolo di Fiordifrutta Limoni Rigoni di Asiago
  • 1 cucchiaio di Spumadoro
Per la copertura:
  • 4 cucchiai di Miele di Fico d'India
  • 1 cucchiaino di Aroma Gelsomino Flavourart
Procedimento:
Montate tutti gli ingredienti per il dolce nel robot, finché il composto non sarà spumoso. Versatelo in una tortiera imburrata di 20 cm di diametro e infornate a 160° per circa un'ora o finché uno stuzzicadenti introdotto al centro del dolce non ne uscirà asciutto.
Sfornate e bucherellate la superficie con uno stuzzicadenti. Scaldate il miele sul fuoco fino a renderlo fluido, spegnete il gas e aggiungete l'aroma al gelsomino. Versate sul dolce ancora caldo.
Lasciate raffreddare bene prima di affettare.

Omaggio a WES ANDERSON.


La carriera cinematografica di Wes Anderson ha inizio nel 1996 quando prende forma il lungometraggio Bottle Rocket - Un Colpo da Dilettanti, tratto dal cortometraggio presentato due anni prima al Sundance Film Festival. I primi passi nella cinematografia avviano il sodalizio con i fratelli Owen, Luke e Andrew Wilson, i primi due protagonisti del film di cui il Owen è anche co-sceneggiatore.
Del 1998 è il secondo lungometraggio, Rushmore, con Jason Schwartzman e Bill Murray. Ma il successo arriva nel 2001 con l'indimenticabile The Royal Tenenbaum. Da questo momento in poi è più semplice seguire la cronologia delle opere di Anderson, quasi sicuramente chi ha visto il film del 2001 e sta ora leggendo questo articolo, ha trascorso gli ultimi 14 anni a monitorare il regista in attesa di una nuova opera ed ha visto i successivi film: Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004), Il treno per il Darjeeling (2007), Fantastic Mr. Fox (2009), Moonrise Kingdom (2012), Grand Budapest Hotel (2014).

A colpire, in Wes Anderson, è la coerenza. Dal primo all'ottavo film si assiste ad uno stile in ascesa, un'evoluzione ben calibrata verso la compiutezza. Ogni film è in grado di portare una propria e costante visione del mondo che prende forma nella simmetria delle inquadrature e in lunghi piano-sequenza, mentre le scelte tematiche riguardano i percorsi di formazione di personaggi eccentrici e sognatori, alieni di civiltà poco caratterizzate.
 


Riconoscere un regista dagli elementi ricorrenti nella sua cinematografia è sicuramente un segno di autorialità intesa nel senso che le diedero i cinefili dei Cahiers du cinema, ma l'autorialità si misura anche nel grado e nella ricercatezza del citazionismo. Sicuramente interessante è il lavoro del critico e cineasta Matt Zoller Seitz, che in un documentario diviso in cinque episodi, the Substance of Style, ha rintracciato i riferimenti cinematografici di Wes Anderson in alcune di Orson Welles, Martin Scorsese, Richard Lester, Mike Nichols, Bill Melendez, Hal Ashby e François Truffaut. Uno stile che attinge dalla cinematografia, dunque, ma anche dalla cultura fumettistica. Seitz, infatti, confronta alcune scene del film Rushmore con le sequenze di A Charlie Brown Christmas (Bill Melendez, 1965), il film animato tratto da i Peanuts, le celeberrime strisce create da Charles Shulz. Non è difficile cogliere il paragone se si pensa ai personaggi di Anderson: sono delle anime candide e sognatrici, proprio come Charlie Brown e i suoi,  riuniti a loro volta in una simpatica famiglia di caratteri che tornano e si inseguono nei diversi film. Ragazzini seri come gli adulti ed adulti intrappolati in animi da ragazzini . Giovani uomini malinconici e bambini determinati e sicuri, tutti "ugualmente diversi" ed emotivamente complessi.

Ma torniamo al primo lungometraggio, Bottle Rocket: la storia riguarda due amici che vogliono mettere su una banda di rapinatori, progetto che verrà minato dalle contingenze e dai pessimi metodi organizzativi (tra le citazioni proposte da Seitz, qui ci metterei I soliti ignoti di Mario Monicelli, soprattutto per la sequenza dell'ultimo colpo).
Se da un lato sembra difficile riconoscere lo stile che tanto ci è familiare, dall'altro è anche vero che alcuni tratti della firma di Anderson sono già abbozzati. A pochi minuti dall'inizio, dopo la finta fuga del protagonista Anthony (Luke Wilson), l'amico Dignan (Owen Wilson) gli espone l'idea di costituire una banda (a cui si aggiunge Bob perché ha la macchina) ed organizzare una serie di rapine distribuite in un piano settantacinquenale strampalato e sconnesso. Ecco, nel momento stesso in cui ci troviamo dentro una soggettiva sui fogli scritti a penna da Dignan, si ha la prima sensazione di essere in un film di Wes Anderson.
La vicenda si evolve -poco- nei vari tentativi dei protagonisti di diventare dei temibili criminali e sempre più si stempera in scene goffe (la rapina alla libreria è memorabile) e male organizzate. L'ultimo colpo, in particolare, è il più vivo scatto di personalità del regista fino a raggiungere l'epilogo nell'immancabile ralenti della scena finale. I protagonisti sono dei bambini in corpi adulti che durante il viaggio (altro tema ricorrente) fanno tappa per giocare con i fuochi d'artificio. La storia comincia con Anthony che "evade" dall'ospedale psichiatrico in cui si era ricoverato dopo un esaurimento nervoso, più avanti s'innamora di una cameriera paraguayana che non parla inglese, ma continua ad essere triste e malinconico perché il suo più grande problema è che agisce solo per il bene degli altri, mai per il proprio. Il deragliamento del piano, tuttavia, non è motivo di tragedia, ma un modo per poter comunque ammettere di aver provato a fare gli eroi, di guardare oltre l'orizzonte e sapere che si può ancora continuare a giocare.
Bottle Rocket è un primo assaggio di quel che sarà il cinema di Wes Anderson e del perché negli anni abbiamo avuto sempre più motivo di amarlo e di adorare il modo in cui fa delle debolezze e delle bizarrie umane un canale di fuga privilegiato.

RICETTA
Avete mai visto un film di Wes Anderson senza aver desiderato, almeno per un momento, di poter mangiare quello che mangiavano i personaggi del film? Spesso si tratta di semplici toast e grandi bicchieri di latte, dolcetti dai colori accesi, frutta viva e succulenta.
Di cibo e Wes Anderson avevamo già parlato nell'articolo su Fantastic Mr. Fox, del lontano 2010, ma ora che Grand Budapest Hotel sta raccogliendo nomination e premi in giro per il mondo, non posso non condividere la ricetta dei Courtesan au Chocolat, che sta spopolando sul web.


COURTESAN AU CHOCOLAT

La ricetta esatta per la Cortigiana au chocolat non è mai stata pubblicata o divulgata seguendo le volontà del signor Mendl. Tuttavia, le seguenti istruzioni sono state raccolte e adattate da diverse fonti “pirata” prese dagli archivi di Nebelsbad (compresa la ricetta del 1963 presa dalla cucina del Grand Budapest Hotel e stampata nel Lutz Daily Fact e che prevedeva l’uso di uova in polvere.)
La pasta :
Fai una pasta choux di farina, acqua , burro e uova . Anche se giuste proporzioni possono variare a seconda della propria altitudine e dell’umidità , si consiglia :
1 tazza di farina
1 tazza di acqua fresca
1/4 lb ( 1 panetto) di burro
4 uova sbattute in una ciotola
Un pizzico di sale
Un grosso pizzico di zucchero
Portate acqua, burro, sale e zucchero a ebollizione. Togliere dal fuoco e mescolare rapidamente la farina setacciata . Tornare di nuovo al bollore per qualche minuto, mescolando, quindi fate cuocere fino a quando la pasta forma un unico impasto. Lasciare raffreddare quanto basta per tenere le uova dalla cottura e mescolate in modo molto graduale con un grosso cucchiaio di legno.
Ricoprite un vassoio con una panno e formate un tubo con l’impasto che dividerete in piccoli mucchietti della dimensione di un cucchiaio. Avrete bisogno di formare palline di pasta di piccole, medie e grandi dimensioni (cucchiaio grande, cucchiaino piccolo e di dimensione di una nocciola) per comporre una cortigiana. Cuocere in forno a 350F ( 180 C ) per circa 25-35 minuti . I dolci più piccoli è meglio metterli su un vassoio separato perché cuociono più velocemente.
Togliere dal forno e con delicatezza, fare un piccolo foro allo choux per permettere al vapore di fuoriuscire .
Il riempimento
Una volta raffreddati, choux grandi e medi, deveono essere riempiti con una crema pasticcera di cioccolato, tuorli d’uovo e zucchero.
1 tazza e mezza di latte intero
Molti pezzi grossi di cioccolato fondente
3 tuorli d’uovo
1/4 di tazza di zucchero
2 cucchiai di cacao in polvere 1 cucchiaio di farina di amido di mais per addensare.
Scaldare il latte piano piano e aggiungere il cioccolato, mescolando per scioglierlo, finchè diventa un fumante cioccolato al latte.
Sbattere i tuorli d’uovo, la farina, lo zucchero, il cacao e un paio di cucchiai di amido di mais in un impasto omogeneo. Aggiungere metà del latte-cioccolata calda alla ciotola, un po’ alla volta, mescolando continuamente. Quindi aggiungere questa mistura nel resto del latte caldo, mescolando a fuoco dolce per qualche minuto fino a quando il composto si addensa ad una crema. Togliere dal fuoco e freddo.
Assemblage
Una volta raffreddato la crema di cioccolato in una tasca da pasticcere e spingetela dentro alle palline di pasta grandi e medie.
Preparate lo zucchero a velo, un pizzico di vaniglia e il latte sufficiente per raggiungere la consistenza desiderata . Separare in 3 piccole ciotole e aggiungete del colorante alimentare per ciascuno – uno rosa, uno lavanda, uno verde pallido. Preparate anche una piccola quantità di glassa bianca.
Per assemblare una cortigiana, immergere una grande palla di pasta frolla ripieno nella glassa rosa (nel mezzo) e posizionarla su un piccolo vassoio. Ripetere con la pallina di media grandezza nella glassa lavanda e piazzatela sopra a quella rosa. Premere delicatamente così si attacca bene. Ripetere la stessa operazione con la palina più piccola nella glassa verde quindi posizionarla in cima a quella mediana. Decorare con un filo di glassa bianca, se lo desiderate. Infine posizionate una fava di cacao in cima alla torre come guarnizione .
Servite fresco.

giovedì 15 gennaio 2015

THE LADY - L'AMORE SCONOSCIUTO ( L. Del Santo, 2014)

Perché parlare di THE LADY in un blog che si è sempre occupato di Cinema (con la maiuscola) e Cucina (vedi sopra)? Perché l'ho promesso a qualcuno.

Bene, detto ciò, ormai la verità è evidente: ho visto TUTTA la serie The Lady-l'amore sconosciuto, il prodotto più trash e più atteso dal popolo del web. Il mio scopo, qui, non è lasciare traccia del mio giudizio né criticare il lavoro di qualcun altro (sarebbe come sparare sulla croce rossa), bensì analizzare una traccia del nostro contemporaneo più evidente, prendendo atto di un andazzo culturale ormai sedimentato. E sono ben consapevole che, nel mio piccolo, potrei contribuire ad incentivare la fama di Lory Del Santo, la sua continua richiesta di attenzioni, e magari consacrarla finalmente come l' Ed Wood del nuovo millennio. 


La trama.
Lona (Gloria Contreras) è una giovane imprenditrice, pur avendo ereditato fama, lavoro e denaro dalla morte del marito in un incidente aereo. Si occupa di moda, viaggia molto ed ogni maschio che le si avvicini non perde occasione per farle notare di quanto testosterone disponga per lei, cosa che fa inviperire il fidanzato Luc (Costantino Vitagliano).

Per la prima volta assistiamo ad una serie (o film ad episodi, ancora non lo sappiamo) in cui ogni singolo episodio ha una sigla diversa. Sì perché a rendere memorabile questo prodotto non è una OST mirata ad interpretarne gli umori, bensì una carrellata infinita di corpi modellati e figure sinuose.
Ogni episodio ha un'ambientazione diversa perché Lona viaggia spesso, e perché Lory Del Santo ci teneva a traghettare per mezza Europa la sua personale immagine del successo. Essere belle e ricche è la chiave di tutto, sembrerebbe. In realtà Del Santo prova a rendere alle sue immagini blu (sapiente è l'uso della fotografia, soprattutto nel bilanciamento del bianco) una profondità emotiva ben più complessa, che si esprime negli improvvisi monologhi della protagonista. Lona interroga chiunque sul senso dell'amore e trascorre lunghe ore, tra un cambio d'abito ed un altro, sul terrazzo a guardare l'orizzonte pensando ad alta voce.

Ogni momento è un buon pretesto per mostrare pezzi di carne umana. Nel secondo episodio è la volta degli uomini che si propongono per un ruolo di bodyguard  (encomiabile la presenza di Gigondo, nel video sotto), mentre nel terzo sarà il momento delle donne hostess-ballerine-bellapresenza, e in entrambi i casi il colloquio finisce sempre con qualcuno che si spoglia. Insomma Lory Del Santo è figlia dei suoi tempi, non sembra esser mai uscita dal tunnel del Drive In (il programma di Antonio Ricci che l'ha lanciata negli anni '80), anzi la sua carriera si è arricchita attingendo a piene mani dal panorama mediatico degli anni del berlusconismo più puro, di cui Maria De Filippi è il prodotto più evidente. Ma la Del Santo ci tiene ad affermarsi e rilanciarsi a tutto tondo rischiando ogni ruolo possibile nel suo film, tanto da essere oltre che produttrice e regista, anche sceneggiatrice, costumista, cameraman.

video


Di cose se ne sono dette tante e in tanti modi, ed anch'io come Daniel Montigiani nel suo articolo pubblicato da PaperStreet (leggetelo, vi prego!) vorrei azzardare un'analisi più puntuale. A persistere tra le immagini create da Lory Del Santo è il gusto attraente e disturbante del Kitsch nello Chic, quel senso interdetto tra la ricerca del bello e la rinuncia al bello. Lona/Lory cerca di mostrarsi per quello è, ma sta proprio nel suo esporsi la mancanza di comprensione, circondata da beceri individui che agiscono come scimmie ammaestrate a fare palestra e allo stesso tempo espressa da un corpo troppo bello e da riflessioni di una psicologia che non sente proprio la necessità di farsi capire. I dialoghi sono retti dal più assoluto non sense e sebbene la trama sembri avvolgersi attorno ad un lynchano nastro di Moebius, che troverà la luce solo da un'analisi a posteriori, in realtà può spiegarsi solo con un deragliamento che, in linea temporale, più che avanti, va indietro nel tempo. Se cercate un senso a The Lady, infatti, non lo troverete nell'ultima puntata (SPOILER) perché non saprete mai se c'è davvero un maniaco che la segue, né se Luc la ama davvero, né chi o cosa fossero tutti i personaggi elencati. Il senso sta nel precedente cortometraggio di Lory Del Santo, The Night Club - Osare per credere, ed è tutto concentrato nella frase finale: essere esibizionisti non è un difetto ma un pregio, l'esibizionismo fine a se stesso, dunque, che sia un corpo, un pensiero sconnesso, un sentimento.  

RICETTA
Questa volta per la ricetta attingo direttamente da un altro blogger, qualcuno specializzato nel surreale, tant'è che non gli dispiacerà un po' di pubblicità in più. Il blog è notizieimparzialiomeno.blogspot.com e la ricetta è tratta dalla "Rubrica di cucina" di Dicembre 2014.

Pollo alla piastra di Elisabetta Canalis
Prendete una fetta di petto di pollo e mettetela su una piastra o su una padella ben calda. Quando il colore della carne diventa bianco, la pietanza è pronta.

mercoledì 14 gennaio 2015

ORANGE IS THE NEW BLACK. Prima e Seconda stagione.

Sì, una serie tv. Orange is the New Black è una rivelazione, uno spettacolo intenso, corale, autentico. La serie nasce da un'idea di Jenji Kohan ed è tratta dal romanzo autobiografico di Piper Kerman. La trama è più o meno la seguente:


Piper Chapman (Taylor Schilling) è una ragazza bionda, borghese, americana (wasp). Come molte ragazze bionde, borghesi e americane ha un fidanzato scrittore (Jason Biggs) che vuole sposarla, è felice e trascorre le vacanze con lui. Piper ha 34 anni e per lavoro produce saponi fatti in casa con la sua amica di sempre, Polly (Maria Dizzla). E come molte ragazze bionde, borghesi e americane, Piper ha avuto la sua buona dose di esperienze "trasgressive", tant'è che un giorno le viene presentato il conto per esser stata coinvolta, dieci anni prima, in un traffico internazionale di droga dalla sua ragazza Alex Vause (Laura Prepon) . Dovrà scontare 15 mesi nel carcere federale femminile di Litchfield.


Dunque la trama è "una volta ho fatto una cazzata ed oggi so che era una cazzata bella grossa". E l'idea non potrebbe essere meglio, davvero!
Dramma carcerario non può essere la qualifica principale di OITNB,  perché non è greve, ma spesso leggero e godibile. Taylor Schilling ha un'espressività intensa, con lei ogni minuto può cambiare in intensità emotiva. La forza del suo personaggio, che nella prima stagione è assolutamente protagonista, sta nel coinvolgere a tutto tondo lo spettatore non nella tragedia del trovarsi in carcere e con ogni probabilità essersi rovinata la vita, ma nei piccoli drammi personali che derivano dal non essere più al centro del proprio mondo. Il carcere è un'esperienza straniante, tutto ciò che c'era prima entra ed esce di scena per perdere gradualmente contorno mentre i personaggi della prigione acquistano spessore. C'è Sam Healy, la guardia carceraria che le fa da tutor fissata con le lesbiche; Galina "Red" Reznikov, la signora russa che gestisce la mensa e che detta legge tra le detenute; Nicole "Nicky" Nichols, ex eroinomane e protetta di Red; Lorna Morello, che progetta il suo matrimonio con il fidanzato che la attende; Tiffany "Pennsatucky" Doggett che crede che Dio parli attraverso lei; e, soprattutto per questa prima stagione, c'è Suzanne "Crazy Eyes" Warren che corteggia Piper per diventarne la moglie. Ci sono tanti altri personaggi che non ho nominato (ad esempio George "Pornobaffo" Mendez, che in lingua originale è Pornstache)  e, non ultima, arriva proprio Alex Vause, risvegliando in Piper emozioni sopite e ricordi fin troppo vividi.

Dramma ed ironia camminano insieme, la sceneggiatura è piena di riferimenti alla cultura contemporanea, ( l'iPhone, le serie tv Mad Men e Oz ...)  e si costruisce via via non sui soliti stereotipi da galera, né sul femminismo più scontato, ma su un'infinità di caratteri tutti ugualmente importanti. OITNB, dicevamo, è un racconto corale, ogni detenuta ha una storia che le appartiene (aspetto maggiormente sviluppato nella seconda stagione) ed ogni detenuta fa la sua parte in un ingranaggio di equilibri più o meno stabili. L'aspetto drammatico viene stemperato in un clima di collaborazione che si instaura tra diversi gruppi sociali sì divisi per caratteristiche prevalentemente razziali (le nere, le ispaniche, ma anche le tossiche e le anziane) ma difficilmente in conflitto. Sembra che a tenere unite le detenute, ed a stemperare ulteriormente il clima, sia proprio la presenza maschile delle guardie. Goffi, ridicoli, teneri, paranoici, infantili, sessuomani, penosi, gli uomini sono i guardiani senza potere di un micro universo tutto al femminile che li coinvolge, li deride, li ammonisce. Spesso caricatura di se stessi (Healy è un uomo insicuro e "castrato"; Mendez "Pornobaffo" ostenta un machismo di cui è vittima più che carnefice; Joe Caputo cerca di conciliare una sensibilità più evoluta di quella del suo alter ego femminile, Natalie Figueroa, con un ruolo di comando quasi mai rispettato) sono ostaggio della femminilità che governa il posto, frustrati ed impotenti sporadicamente esordiscono con immotivati atti di forza, tanto per riaffermare un potere che comunque svanisce subito dopo.

In tutto ciò Piper, dicevamo, affonda sempre più nel "personaggio" del carcere. Unica figura ingombrante, il luogo finisce col diventare esso stesso personaggio. La mancanza di orizzonti, la sporcizia, la struttura fatiscente, gli impianti idrici ed elettrici, la mensa, sono i caratteri del mondo "temporaneo" delle detenute, che mette in discussione ogni certezza maturata in precedenza ridimensionando e riadattando la socialità al suo interno. A rompere gli equilibri arriva, nella seconda stagione, Vee (Lorraine Toussaint), imponendosi come nuova figura al comando, importando tra le mura del carcere gli stilemi di segregazione e comando che all'esterno aveva imposto alla sua "famiglia". Sebbene Vee provi ad essere un elemento di rottura, è anche grazie a lei che la seconda stagione lascia emergere il vero punto di forza della serie, ovvero una maggiore coralità del racconto. La caratteristica che fa del racconto qualcosa di unico rispetto a tutte le altre serie fino ad ora ambientate nel carcere, è il fatto che non gioca su colpi di scena rocamboleschi come fughe a perdi fiato e dinamiche perverse e misteriose. Nonostante Vee provi a minare la stabilità del posto, l'unico desiderio comune a tutte le altre è di poter mantenere un clima sereno, una tranquilla normalità da poter coltivare e gestire serenamente. Le detenute di OITNB non sono persone "speciali", ossia diverse da qualunque altra persona potremmo incontrare per strada (in questo sta la grande novità), sono donne normali che hanno commesso dei crimini. Sono donne che abitano il carcere e che tentano di abitarlo nello stesso modo in cui abiterebbero casa propria. Non hanno bisogno di imporsi o controllare gli altri, vogliono solo vivere serenamente occupando il proprio ruolo, né è dato a noi il bisogno di riconoscerle come diverse, di empatizzare con loro piuttosto che con i secondini o viceversa. Ogni personaggio è talmente ricco di sfaccettature che si può essere più o meno d'accordo con lui, amarlo e odiarlo allo stesso tempo. E intanto, tra loro, Piper trova via via una dimensione di sé più vera delle costruzioni sociali cui si era arresa in famiglia, tra una madre-manichino, un fratello infantile ed un padre quasi assente.

Dunque, detto ciò, non resta che attendere da Netflix la terza stagione e terminare l'articolo con il testo della sigla capolavoro appositamente creata e cantata da Regina Spektor, You've got time.


The animals, the animals
Trapped, trapped, trapped 'till the cage is full
The cage is full
Stay awake
In the dark, count mistakes
The light was off but now it's on
Searching in the ground for a bitter song
The sun is out, the day is new
And everyone is waiting, waiting on you
And you've got time
And you've got time

Think of all the roads
Think of all their crossings
Taking steps is easy
Standing still is hard
Remember all their faces
Remember all their voices
Everything is different
The second time around

The animals, the animals
Trapped, trapped, trapped 'till the cage is full
The cage is full
Stay awake
In the dark, count mistakes
The light was off but now it's on
Searching in the ground for a bitter song
The sun is out, the day is new
And everyone is waiting, waiting on you
And you've got time
And you've got time
And you've got time

RICETTA.
Cercando una ricetta per questo articolo ho scoperto il mondo della letteratura culinaria carceraria. In Italia sono diverse le pubblicazioni circa la vita nel carcere, tanti i modi in cui le abitudini della reclusione sono uscite al di fuori. Alcuni tra i titoli che trattano proprio di cucina sono Ricette al fresco. Gli 85 modi di cucinare nel carcere di Pisa (Edizioni ETS, 2012); Il Gambero nero. Ricette dal carcere (Derive Approdi, 2005); Avanzi di galera. Le ricette della cucina in carcere (Guido Tommasi Editore, 2005).
La ricetta che vi propongo è un esempio tratto da quest'ultimo titolo, che potrete trovare a questo link e che copio di seguito.

Polpette di pane alla umile

INGREDIENTI
Pane del giorno prima
mezzo litro di latte
una patata
formaggio grattugiato
uova
filetti di acciughe
aglio
prezzemolo
sale q.b.
pepe q.b.
1 kg di pomodori pelati
una cipolla
pane grattugiato
olio di semi

N.b. La ricetta è stata trascritta così come è riportata nel libro.
Mettete il pane raffermo (quattro o cinque panini) nel latte per qualche minuto, fatelo diventare una poltiglia, quindi scolate più latte possibile. Tritate due spicchi di aglio con abbondante prezzemolo e le acciughe. Fate bollire la patata e passatela con un bicchiere attraverso lo scolapasta, dato che il passaverdura non è a disposizione di tutti .Fate un impasto del pane con la patata e il tritato, aggiungete tre tuorli d'uovo e un albume, del formaggio grattugiato abbondante, sale e pepe a piacere. Se l'impasto è troppo morbido mettete del pane grattugiato (non troppo). Preparate le polpette rotonde, o rotonde e schiacciate, come vi aggrada, e passatele nel pane grattugiato. Nel frattempo fate andare l'olio di semi in una padella e quando avrà raggiunto la temperatura di frittura ponetevi dentro le polpette fino a raggiungere il classico colore dorato, quindi ponetele in un piatto con della carta che assorba l'olio. Mettete a rosolare la cipolla tagliata a strisce e versatevi sopra il contenuto dei barattoli di polpa pronta. In uno dei due barattoli riempitelo per la metà di acqua e passatelo nell'altro in modo di non perdere neppure una parte della polpa contenuta, aggiungete un po' di sale e ponete nel sugo le polpette facendole andare a fuoco lento per quaranta minuti.

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