venerdì 24 dicembre 2010

THE ROAD (J. Hillcoat, 2009)

In un futuro apocalittico in cui la natura muore di un'inesorabile glaciazione, un padre (Viggo Mortensen) ed un figlio (Kodi Smit-McPhee) viaggiano a piedi verso Sud. Nella speranza di trovare un clima più mite, combattono per sopravvivere alla fame e agli attacchi dei cannibali.

Tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, The Road si presenta come un horror. Definito troppo deprimente per essere distribuito, approda nelle sale italiane con notevole ritardo. Attinge alle più fondate paure ecologiste per emergere in un esperimento da incubo. Sarebbe tutto potenzialmente già visto, se non fosse che John Hillcoat rinuncia deliberatamente ai ritmi incalzanti dell'horror, ad una colonna sonora ingombrante, a donne prosperose che corrono a perdifiato con la maglietta strappata per cogliere il pretesto del "genere", ribaltarlo, e rendere il tutto ancora più desolante ed agorafobico.

Un incipit enigmatico presagisce la catastrofe, senza spiegare le cause né le modalità in cui la distruzione ha avuto inizio. La voce del protagonista accenna all'orologio fermatosi dopo una luce nel cielo. E poi, l'incubo. Un padre ed un figlio in cammino. Abbandonati in uno spazio senza orizzonti, dove le tracce dei ricordi appaiono come unico elemento di punteggiatura (splendidi i flash-back in cui appare Charlize Theron nel ruolo della madre suicida), quando sembra che anche la macchina da presa si sia dimenticata di loro. Il tempo e lo spazio hanno confini impercettibili, ed il mondo dipinto non ha alcuna regola. I vivi sono morti, ed i morti sono il frammento della vita luminosa che c'era una volta.

Viggo Mortensen è il padre. Provato e credibile nella metamorfosi fisica e nell'espressività rude e commovente, protegge il figlio nell'apparente assurdità di poterlo trarre in salvo. Sebbene sembri incapace di provare ancora dei sentimenti, vive una religiosità pudica e soffocata. Sembra voler dichiarare che in un mondo che ancora può partorire un essere puro come suo figlio, non può non esserci la speranza di trovare la salvezza.

Sicuramente lo si può etichettare nel filone del "post-apocalittico", ma a rendere spaventosamente reale questo film è l'assenza di filtri per edulcorarne l'asprezza. Il padre chiede scusa al figlio perchè il mare non è blu ma grigio, consapevole della colpa dell'uomo sulla natura, impossibile da espiare. Un horror che ha le sue radici nelle colpe dell'umanità, e che non si premura affatto di falsare i tempi della narrazione in una struttura che parla al tempo reale su cui sta nascendo la distruzione.

RICETTA
Dimentichiamo che si tratti di un film apocalittico in cui la ricerca di cibo, calore e benzina sono il motore principale. Stasera concentriamoci su qualcosa di completamente diverso. E' la Vigilia di Natale. Che siate cattolici o meno, le occasioni per ritrovarsi con amici e parenti sono sempre ben accette. Per cui, dimentichiamo le tragedie e concediamoci un dolce natalizio calabrese (non è la ricetta che si tramanda in casa mia, perchè è un "segreto", ma va bene lo stesso!).
I CANNARICOLI
1 tazza di olio extravergine d'oliva
1/2 tazza di vino bianco
1/2 tazza di zucchero
1 pizzico di cannella
farina bianca quanto basta
miele un vasetto

Portare ad ebollizione tutti gli ingredienti tranne la farina.Lasciare poi intiepidire ed aggiungere farina quanto basta a formare un impasto abbastanza solido da poter essere steso con le mani a bastoncini. Tagliare come per fare degli gnocchi, un pò più grandi e cavare con le dita utilizzando come supporto il fondo di una cesta di vimini in modo da lasciarne impresso sul biscotto il motivo decorativo.Friggere in abbondante olio ed una volta scolati, confettarli uno ad uno nel miele appena scaldato.Per la confettura dei cannaricoli tradizionalmente utilizziamo oltre al miele di api anche il miele di fichi ovvero una gelatina ottenuta dai frutti freschi preparata in estate e preservata fino a Natale proprio per i cannaricoli.

giovedì 23 dicembre 2010

STANNO TUTTI BENE (K.Jones, 2009)

Frank Goode (Robert DeNiro) ha lavorato tutta la vita come operaio nell'istallazione di cavi telefonici, ora è vedovo da pochi mesi. Attende i quattro figli per potersi ritrovare finalmente tutti attorno alla stessa tavola. Ma, uno dopo l'altro, si defilano adducendo motivazioni imbarazzate. Frank vuole assicurarsi che i figli stiano bene e, nonostante la salute non gli consenta di viaggiare in aereo, parte con l'autobus per far visita ad ognuno di loro. Scoprirà di non conoscerli davvero come credeva.

Frank si è giocato la salute per proteggere i fili del telefono. E la metafora dell'uomo garante delle comunicazioni altrui ma incapace di comunicare torna come leit motiv per tutta la narrazione. De Niro fa tenerezza nei panni di un padre che non si arrende alla solitudine. Lontano anni luce dai grandi trascorsi cinematografici, esibisce quella parte di sé che, negli ultimi anni, era emersa soprattutto nei ruoli comici della saga familiare che ha inizio con Ti Presento i miei.

Ben lungi dallo strappare sorrisi e remake del meno conosciuto film di Giuseppe Tornatore, Stanno Tutti Bene, riprende e rielabora il tema del viaggio che, anzichè percorso interiore, diventa una sorta di avventura on the road della terza età in cui il protagonista rischia il tutto per tutto. Stanco e logorato dalla solitudine e dalla malattia, percorre gli States in autobus ed ogni città gli riserva un'accoglienza diversa. A volte scostante, a volte spietata, la città è il muro dietro cui si annida la verità che a lungo tempo è stata celata a Frank.

Padre troppo esigente e protettivo, arriva a dover riconoscere che i suoi bambini sono ormai degli adulti, e a donare un pò di luce alla tragedia incombente interviene un finale conciliante e rassicurante. Attorno ad una tavola imbandita, con un vino molto caro e nuovi membri della famiglia, tutto si risolve con un sorriso.



A condire il tutto, un cast stellare vede nei panni dei rispettivi figli Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell. A dominare è la malinconia, un sentimento misto a tenerezza e pena per il povero, vecchio, Frank. Sentimento troppo pressante perchè del film resti qualcos'altro da ricordare.

RICETTA
Quante volte, guardando film americani, vi siete chiesti "Ma come lo faranno il tacchino ripieno per il giorno del Ringraziamento"? Nel film non poteva mancare l'occasione per ringraziare e riconciliarsi. E poichè il Natale è alle porte e a noi piace tanto importare tradizioni e -soprattutto- pietanze dal resto del mondo, eccovi la ricetta del tacchino.
TACCHINO RIPIENO
un tacchino di taglia media (3-4 kg)
600 g di castagne lesse e pelate
250 g di burro
250 g di pane raffermo sbriciolato
1 cipolla bianca
60 g di uva sultanina
100 g di sedano
sale e pepe
Create un composto piuttosto omogeneo con le castagne lesse e il pane raffermo ridotto in briciole. Tagliate il sedano a tocchetti e la cipolla a fette sottili e fateli saltare nel burro che avrete fatto sciogliere in una padella sufficientemente capiente.Unite verdure e burro fuso al composto di castagne, aggiungete l'uva sultanina e il prezzemolo.Preparate una teglia che possa contenere il tacchino intero e che abbia i bordi abbastanza alti per recuperare i sughi di cottura. Con un po` di burro spalmate ungendo sia le pareti interne che quelle esterne del tacchino e procedete con il riempimento, avendo cura di distribuire in maniera uniforme il ripieno disponendo e compattando il ripieno con le mani.Al termine con dello spago per alimenti e un ago adeguatamente robusto cucite il tacchino per evitare fuoriuscite del ripieno durante la cottura. Prima della cottura il tacchino va accosciato, bisogna legare con dello spago le zampe lungo il petto in modo da tenerlo compatto durante la cottura. Infornate nel forno già  caldo a 180 gradi e predisponete un cucchiaio e un pennello per distribuire sul tacchino il sugo che si formerà .Ripetete l'operazione ogni 15-20 minuti. Punzecchiate le parti più carnose per accertarvi che cuociano.Per i contorni anche qui ci si può sbizzarrire, patate novelle al forno, verdure saltate o per rimanere fedeli alla tradizione americana del mais lesso.
http://www.odealvino.com/

mercoledì 8 dicembre 2010

AMERICAN BEAUTY (S.Mendes, 1999)


Lester Burnham (Kevin Spacey) vive una vita qualunque in una qualunque cittadina americana. Con lui vivono la moglie Carolyn (Annette Bening), agente immobiliare ossessionata dall'ansia del successo, e la figlia adolescente Jane (Thora Birch). La conoscenza di Angela (Mena Suvari) risveglia in Lester desideri sopiti, ed è il primo passo per poter mettere in discussione la propria vita.

Avere successo ha a che fare con il ruolo sociale che si arriva a ricoprire e, prima ancora, con l'educazione in famiglia. Valori che giacciono e si muovono su di un campo minato dall'arrivismo e dall'incomunicabilità. Questo è l'amalgama concettuale che ospita American Beauty. Lungi dall'essere un'analisi cosciente della società americana si trasforma in una riflessione sofferta e meditata sulla fugacità della vita, in tutta la sua grottesca ed inarrivabile poesia. 
Già dal titolo si avverte l'inganno. La "bellezza americana" fa pensare subito ad un ritratto sociale della classe media statunitense, quella stereotipa delle villette a schiera e le ragazze cheerleader. Ma american beauty non è che il nome delle rose ossessivamente coltivate da Carolyn e passionalmente sognate da Lester. Un simbolo, un indice, un'icona. Le rose diventano via via accanimento e classicamente passione; alludono alla presenza -vera o agognata- di Angela; fanno da arredo cromatico alla scenografia.

E dalle rose si parte per perdersi nella riflessione sul tempo. Effimere per eccellenza, come diavolo faranno ad essere così perfette?!? Qual è il loro segreto se non l’effimericità stessa?!? E Carolyn continua a coltivarle ancora e ancora, nell'estenuante tentativo di fare del suo meglio per catturare e preservare lo stato di gioia della perfezione. 

Lester si infatua di Angela: lei incarna la bellezza del germoglio; il "Sabato del Villaggio," il momento delle possibilità prima della fioritura, il desiderio puro prima di averlo perduto.
Ricky (Wes Bentley) riprende tutto, soprattutto ciò che sta per morire. L’infinita bellezza del mondo perituro sfugge nel groviglio di viandanti che popolano la vita. Così arriva a custodire per sé un piccolo sacrario del tempo perduto, non importa che nessuno guarderà mai quelle cassette, si tratta di immagini fraintendibili senza alcun valore al di là del perché siano state immortalate.
Jane è l'adolescente tipica che non trova un posto né un tempo in cui potersi ritrovare, confusa dall'assenza di regole agli antipodi di chi le regole le subisce come il colonnello Fitts (Chris Cooper). 


Il tempo umano naufraga verso la morte. Sembra la più banale delle riflessioni pensare che solo la morte porti un pò di chiarezza, di pace, ed un valore diverso alla vita vissuta o da vivere. Hai mai conosciuto qualcuno che è morto, Jane? Le domanda Ricky. Tra tempi in differita in cui accusare il colpo della pistola e foto in bianco e nero, si accetta con un sorriso malinconico che solo la morte può donare piena consapevolezza della bellezza del tempo in divenire.


RICETTA
DOLCETTI DI PISTACCHIO E ROSE
Per lo sciroppo:
110 g di zucchero
3 cm di stecca di cannella
1 cucchiaino succo di limone
1 cucchiaino acqua di rose 
Per i dolcetti: 
180 g semolino fine
30 g farina bianca
120 g di zucchero
1 cucchiaino lievito per dolci
50 g pistacchi tritati finemente
1, 4 dl di latte
60 g burro fuso

Preparate lo sciroppo con lo zucchero, la stecca di cannella e 1,2 dl di acqua, fate cuocere lo sciroppo per circa dieci minuti. In una terrina mescolate la farina, il semolino, lo zucchero, il lievito, i pistacchi, burro o olio e mescolate vigorosamente per avere un impasto ben amalgamato. Versatelo in una teglia rettangolare all'incirca di 15x20 cm che avrete foderato con carta apposita, livellatelo bene e infornatelo a forno già caldo a 170° per circa una quarantina di minuti. Quando è cotto toglietelo dal forno e versatevi sopra immediatamente lo sciroppo, al quale avrete tolto il pezzo di cannella e aggiunti l'acqua di rose e il succo di limone. Lasciate raffreddare e tagliatelo a rombi, quadrati, triangoli.

martedì 7 dicembre 2010

VIOLA DI MARE (D. Maiorca, 2009)

Angela (Valeria Solarino) e Sara (Isabella Ragonese) sono amiche d'infanzia nella Sicilia di metà Ottocento. La guerra le separerà per poi farle ritrovare da adulte negli stessi luoghi condivisi da bambine. L'amore tra le due, però, dovrà battersi con le convenzioni sociali e, nel caso di Angela, con un padre violento ed autoritario.

L'aspetto più interessante del film sta nell'uso voyeristico della macchina da presa, in modo evidente nelle numerose scene di sesso. Una percezione segreta, rubata, dei corpi scolpiti delle protagoniste è restituita allo sguardo, dove l'ombra si sotituisce alla luce e tenta di proteggerli. Ma diventa aggressiva nelle scene che si svolgono tra le mura domestiche in casa di Angela, dove la stessa ombra arriva a seppellire quel corpo che poco prima aveva accarezzato. Bello anche il contrappunto rock curato da Gianna Nannini.

Qualcuno ha parlato di atmosfere verghiane nella messa in scena della Sicilia risorgimentale tra cielo, mare e miniere di tufo. Ma in rapporto al paragone si nota un'ingenua semplificazione del rischio sociale attorno alla vicenda. Se in casa l'onta può essere taciuta, la si può mascherare, ciò non vale nell'opinione dei vicini. Ne I Malavoglia, ad esempio, il vociare degli abitanti di 'Trezza fa da contraltare perenne alle voci della famiglia. Nel film della Maiorca il ruolo del "sociale" è abbozzato. Probabilmente la regista ha pensato bene di condensare la narrazione attorno alla felicità conquistata delle due amanti, ma le figurine che fanno da sfondo alla vicenda restano poco incisive.


Forse a mancare è la percezione dello scandalo. La bravissima Valeria Solarino fa tutto da sola e ben si destreggia nei panni maschili, preservando il giusto ed intenso grado di ambigua sensualità. Ma l'intensità drammatica si disperde nelle tracce sfuocate e fin troppo ripartite tra un padre eccessivo e a volte poco credibile, una zia silenziosamente misteriosa ma poco presente, una madre eterea e sconvolta, una (ripeto) popolazione inebetita e falsamente coinvolta.

Tratto dal libro Minchia di Re di Giacomo Pilati, il titolo fa riferimento al pesce Viola di Mare, che cambia sesso per amore. Peccato che, prima della didascalia che precede i titoli di coda, nel film non se ne faccia alcuna menzione.

RICETTA
Cercavo una ricetta marinara da proporre in questo contesto, ma che poco avesse a che fare con tradizioni regionali o piatti tipici già acquisiti. Ho trovato qualcosa di molto interessante e probabilmente insolito per la scelta di una particolare qualità di riso.
RISO NERO CON TOTANO E CARCIOFI
180g di riso Selvaggio
180g di totano affumicato
4 carciofi
2 pomodori
100 ml. di brodo vegetale
1 limone
2 scalogni
3 cucchiai d'olio extravergine
prezzemolo
sale e pepe
Immergete il riso per 8 ore in acqua fredda. Una volta ammollato, bollitelo in acqua salta per circa 30 minuti, poi scolatelo al dente. Pulite i carciofi eliminando le spine le foglie esterne e tornite la base con un coltellino. Lasciateli poi in acqua acidulata con limone. Lavate i pomodori, sbollentateli 1 minuto, scolateli in acqua ghiacciata e pelateli. Eliminate i semi e tagliate la polpa a dadini. Tritate finemente gli scalogni e stufateli in padella con olio. Unite i carciofi tagliati a lamelle sottilissime e saltateli 3 minuti con sale, pepe e poco prezzemolo tritato. Aggiungete il totano affumicato tagliato a striscioline e sfumate con il brodo bollente. Unite il pomodoro e per ultimo il riso. Saltate il tutto a fiamma viva, mettete un trito di prezzemolo e la buccia di limone grattugiata.

mercoledì 1 dicembre 2010

SHADOW (F.Zampaglione, 2009)

David (Jake Muxworthy), reduce dalla guerra in Iraq, decide di andare in montagna per dedicare il riposo alla sua passione di biker. In una locanda incontra per la prima volta Angeline (Karina Testa) che difende dalle avances moleste di due cacciatori poco raccomandabili. Per questi ed altri motivi, i due ragazzi saranno letteralmente braccati dai cacciatori, sebbene ben presto scopriranno che la zona della montagna denominata The Shadow, nasconda pericoli ben maggiori.

Contaminazioni à gogo in un horror che strizza l'occhio ai padri italiani del genere.  La figura oblunga di Nuot Arquint risorge come spauracchio dell'espressionismo tedesco. Un mostro interessante, che si vede nei panni della morte (e qui ci sta proprio Il Settimo Sigillo di Bergman con tanto di falce e cappuccio, mentre l'inseguimento in macchina nel buio del bosco ricorda il videoclip dei Radiohead, Karma Police) e riprende le vittime con la cinepresa. Perché per partecipare all'orrore si serve del medium che lo ha veicolato, e ribadisce il concetto nella metafora allusa dell'occhio obbligato a guardare, senza palpebra. Inoltre custodisce una cineteca documentaria sugli abomini dell'umanità che fa dell'immagine cinematografica di repertorio un'icona divistica del male.
I buchi neri della storia siglati sulle pizze delle pellicole, e poi l'Iraq, la foto di Bush tra Hitler e Stalin, i corpi sparuti dei deportati ebrei ... il film preme un pò troppo sulla denuncia storica che finisce per essere ridondante.
Fatta eccezione dei momenti "malati" in cui il mostro lecca rospi e si eccita con l'odore di carne bruciata, purtroppo il resto giace in sospeso. Slitta sulle corde del genere ma non affonda in nessun punto. Brevissimo nella durata, avrebbe potuto convincersi di più, mentre il finale smorza ogni possibile ripresa di pathos orrorifico facendo ciò che mai un film dovrebbe fare: spiegarsi. 
Guerra e senso di colpa tolgono troppo fiato all'orrore, se invece ci fosse stato un dialogo tra questi elementi sicuramente le buone intuizioni profilatesi nel corso della narrazione avrebbero trovato seguito. Tuttavia, al secondo tentativo di regia, Zampaglione sembra determinato a promettere dei buoni risultati. Aspettiamo fiduciosi.

RICETTA
Per un horror ci vogliono dei sapori forti. In questo caso doppiamente forti perché si tratta di un horror che manca di spezie, quindi bisogna sopperire ad una mancanza. Un piatto al sangue...
FILETTO DI MANZO IN SALSA DI NOCI
4 filetti di manzo di almeno 200g l'uno
panna da cucina
gherigli di noci q.b.
parmigiano grattugiato
farina
burro
pepe
sale
Infarinate i filetti e cuoceteli nel burro, lasciandoli al sangue. Salateli, pepateli e teneteli al caldo. A bagno maria fate scaldare poco burro, un cucchiaio di panna da cucina, il parmigiano e le noci tritate. Versate la salsa calda sulla carne e servite.

martedì 16 novembre 2010

THE SOCIAL NETWORK (D.Fincher, 2010)

Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) studia ad Harvard, etichettato come nerd, non ha molti amici. Quando la sua ragazza lo lascia, per ripicca scrive di lei sul suo blog e crea un sito, Facemash, in cui pubblica le foto di ragazze rubate agli archivi universitari, invitando a votare la più appetibile sessualmente. In sole due ore ottiene miliaia di visite che gli costeranno una multa dall'università, ma un'immediata notorietà al campus. Avvicinato da due facoltosi studenti con la proposta di creare un social network elitario, Zuckerberg ha l'idea di crearne uno aperto a tutti. Thefacebook è in breve un successo, ma costerà a Mark un lungo processo per l'attribuzione dei diritti e sarà man mano arricchito dall'intervento di finanziatori e numerosi collaboratori (tra cui, assolutamente meritevole di lode, Justin Timberlake nel ruolo di Sean Parker, inventore di napster). Ma basterà inventare un sito dove si connettono gli amici, per avere degli amici?!

Il motore facebook nasce dal desiderio di conoscere tutto (o almeno tutto ciò che sta in superficie) di amici e conoscenti. Una realtà fittizia che diventa l'unica conoscibile. Zuckerberg fa di un desiderio voyeristico un canale di sfogo all'insegna di relazioni sociali presunte. Fincher costruisce il primo film a mettere al centro della storia internet. Predilige una narrazione visiva in funzione dei personaggi, una forza centripeta porta gradualmente Zuckerberg all'apice della struttura spiraliforme e, man mano che i collaboratori vengono meno, il suo ritratto prende corpo divenendo sempre più ambiguo. Flash back di vita vissuta si incastrano nelle trame di un processo serrato e finemente articolato nella sceneggiatura di Aaron Sorkin, e mentre la narrazione raggiunge il suo apice, l'indagine sul personaggio scava sempre più a fondo fino all'ultima immagine di Zuckerberg, che è solo quella di un ragazzino: in attesa che Erica accetti la sua richiesta di amicizia, quando sarebbe stato più corretto chiederle scusa.


The Social Network ha i toni cupi ed inquietanti di una civiltà che si sta ingabbiando da sola. Porta sullo schermo una realtà molto più pericolosa dei mondi virtuali esperibili proposti da tanti film fantascientifici (Matrix in testa). La solitudine del web è l'ultimo intrinseco fallimento di una ricerca di comunicazione fallita nel quotidiano. Fincher non cede al pericolo di fare un film sui problemi relazionali dei giovani d'oggi, anche se il tema sta al nocciolo della questione, ma ben delinea i tratti di una società globale che fatica a creare delle relazioni pacifiche, incapace di comunicare. E se il volto di Eisenberg non tradisce emozioni, allo stesso tempo sfoga tutte le parole represse sul suo blog, con lo stesso trasporto con cui trascriverebbe una riga di codice html. Nessuna conseguenza, finchè la conseguenza non arriva. Su internet non si scrive con la matita, ma con l'inchiostro...

RICETTA
Cercavo una ricetta, ma tutte le idee mi sembravano assolutamente banali e poco adatte al film. Allora c'ho pensato un pò e mi sono rivolta per un aiutino ... a facebook!Così ho trovato una variante gourmet al solito hot dog americano.
http://www.facebook.com/#!/notes/-r-i-c-e-t-t-e/snack-le-crepes-hot-dog/127054920684587
CREPES HOT DOG
2 UOVA
4 TAZZINE DA CAFFè DI FARINA TIPO 00
4 TAZZINE DA CAFFè DI LATTE
2 WURSTEL GRANDI
SALE q.b.
BURRO
FONTINA
SENAPE O KETCHUP (a piacere)

In una terrina versate le uova con due pizzichi di sale. Aggiungete la farina gradatamente, lavorando il tutto con uno sbattitore elettrico. Poco a poco unite anche il latte. In una padella per crepes fate sciogliere a fuoco medio-basso una piccolissima quantità di burro (una punta di coltello) e versate mezzo mestolo di impasto, rigirate la padella su se stessa così che l'impasto si disponga bene sulla superficie prima di solidificarsi. La crepe è pronta quando i bordi si staccano dalla padella, rigiratela per pochi secondi e adagiatela su un piatto. Continuate così con le altre crepes, ma aggiungete il burro ogni 2 o 3 volte. A parte grigliate i wurstel. Spolverate le crepes di formaggio, e avvolgetele intorno ai wurstel ancora caldi, accompagnati dalla salsa che preferite.

domenica 14 novembre 2010

VENEZIA 67. Potiche.

Potiche (F. Ozon, 2010).
Suzanne (Catherine Deneuve) è apparentemente una Potiche, termine che in francese indica un soprammobile inutile, in questo caso una donna che non ha mai preso le redini della propria vita vivendo in funzione del marito. Ma quando quest'ultimo viene colto da infarto in seguito ad una protesta operaia, Suzanne si trova a dover gestire la fabbrica di ombrelli di famiglia al suo posto.

Tratto dalla pièce omonima, Potiche è un film che mantiene un'impostazione teatrale fin troppo presente per una trasposizione cinematografica. La leggerezza erotica e il modus vivendi scanzonato fanno da padroni all'intero evolversi della vicenda. Persino la fotografia esalta di colori pacchiani tutto ciò che riguarda l'esistenza della melensa Suzanne.
Ozon sceglie di mantenere l'originale ambientazione, lasciando la vicenda negli anni '70 ed i conflitti sociali fanno da terreno al riscatto della Potiche. Suzanne, infatti, diviene in poco tempo un'ottima imprenditrice e, in nome del magnanimo padre, addirittura vince le elezioni promettendo di estendere a tutta la Francia i suoi successi.

Sebbene la coppia Deneuve-Depardieu e il talento degli altri attori, tra cui spicca Fabrice Luchini, siano una garanzia di successo, il risultato complessivo è la sensazione di aver appena ricevuto in dono una bomboniera ben confezionata, ma ovviamente inutile. Mi spiego. Se la regia ha come unica pecca quella di aver conservato la teatralità in maniera meccanica, senza metterla in discussione e denunciandola solo nella scena del ballo; se la fotografia contribuisce all'effetto straniante rispetto alle vicende sociali e politiche di fondo; emerge una sostanziale contraddizione sul perchè della scelta "filologica" di rispettare l'ambientazione temporale originale.

In un'intervista Catherine Deneuve aveva parlato delle analogie storiche tra film e attualità. Aveva anche aggiunto che un messaggio così forte deve essere considerato dalla nostra società. In realtà il film ha ben poco a che fare con la speranza di un riscatto sociale della classe operaia sfruttata dal Signor Pujol cui probabilmente alludeva la signora Deneuve. Certo, nel film la situazione migliora con l'arrivo della moglie, ma riproporre oggi una chiave di lettura simile non apporta riflessioni considerevoli sulla situazione odierna. La classe operaia non ha alcuna forza, è dipinta come un gruppo di bestioni che deve sottostare al "capo" di turno. Dotata solo della forza fisica resta lì dov'è, non esce dalla fabbrica mai, al massimo rapisce il padrone per dargli una lezione. Ma nel mondo zuccheroso e borghese di Mme Pujol gli operai non hanno accesso. Finanche la vittoria politica della signora è fin troppo assurda da poter essere presa in considerazione. Che una donna vinca le elezioni comunali negli anni settanta, è un bel messaggio. Ma che questa, vestita in visone e scarpe di vernice, dica: non vi preoccupate perchè tutta la Francia diventerà come me, allora delle belle speranze iniziali non resta che una considerazione amara. Suzanne incarna fino in fondo l'ipocrisia borghese che, per tutto il film, finge di denunciare.

RICETTA
Un film stucchevole e sdolcinato, ben si abbina ad una torta dolce, dolcissima, per palati esigenti.Questa volta una ricetta salentina.

TORTA DI PASTA DI MANDORLE
600 gr.di mandorle,
600 gr. di zucchero,
7 uova,
3 limoni, cannella q.b.

Abbrustolite metà delle mandorle con la buccia e macinate le rimanenti crude e private della pellicina esterna. A parte, in una terrina, lavorate i tuorli d'uovo con lo zucchero e gradatamente aggiungete a questi le mandorle tritate, le chiare montate a neve, la buccia grattuggiata dei limoni e la cannella. Amalgamate il tutto con cura e versatelo in una teglia, precedentemente imburrata e foderata di carta da forno.Cuocete a calore moderato per circa trenta minuti.

lunedì 8 novembre 2010

DUE CUORI E UNA PROVETTA (J.Gordon e W.Speck, 2010)


Kassie (Jennifer Aniston) è un'attraente giornalista che, stanca di aspettare l'uomo della sua vita decide di scegliere il "donatore della sua vita" ed avere un bambino prima che sia troppo tardi. Wally (Jason Bateman) è il suo pessimista, nevrotico, migliore amico. Al "party di inseminazione" conosce Roland (Patrick Wilson), il donatore palestrato. In un momento di ubriachezza molesta, chiuso in bagno con la provetta, versa accidentalmente il contenuto nel lavandino e decide di rimediare... Sette anni dopo, avendo dimenticato l'accaduto, riconoscerà in Sebastian, il figlio di Kassie, un piccolo se stesso.

La vita è frenetica in città, passa troppo velocemente, e ci si può improvvisamente rendere conto che è troppo tardi per realizzare i propri sogni. Così una donna alla soglia dei quaranta può decidere di avere un bambino da sola e lasciare New York per crescerlo in un luogo tranquillo. E il suo migliore amico scoprirsi improvvisamente geloso al punto tale da dare lui stesso un figlio alla donna, ma senza dirle nulla. Il principio su cui nasce The Switch -ancora una volta un titolo distribuito in Italia in una trasposizione imbarazzante- prende le mosse dal racconto "Baster", dello scrittore Premio Pulitzer Jeffrey Eugenides. Giocato sui principi soliti della commedia sentimentale, risulta piacevole pur restando a mezz'aria nei momenti di potenziale decollo.

Jason Bateman eccelle nel ruolo, finalmente, di protagonista, doppiato dal simpatico Thomas Robinson (Sebastian) nelle nevrotiche ed ansiose manifestazioni di disagio ed ipocondria. Meno brillante del solito, ma ugualmente piacevole, Jennifer Aniston in una delle poche volte in cui veste i panni di donna determinata e matura. Al loro fianco, un Jeff Goldblum simpatico "consigliere" per Wally, ed una poco tollerabile Juliette Lewis che strabuzza gli occhi parlando con Kassie.

Non c'è da discutere, dunque, sulla prova degli attori. Ma il sapore finale resta di incertezza. Sebbene il film intraprenda sentieri potenzialmente esilaranti, mantiene sempre un'aura di correttezza che non rischia la caduta nel volgare. In una commedia confezionata in modo così lineare, però, il mancato potenziamento di situazioni comiche, nate nel confronto tra i caratteri salienti dei personaggi portati all'estremo, la lascia in una sorta di limbo empatico, dove non interviene nulla a stupire ma si giace comunque in una sensazione di piacevolezza. Che ci sia o no il lieto fine, gli sviluppi ultimi della vicenda lasciano incolume chi vi si è addentrato.



RICETTA.
Al suo primo incontro con Wally, Sebastian protesta contro il trattamento delle anatre negli allevamenti. Il bambino, infatti, è molto sensibile ai maltrattamenti sugli animali ed irremovibile nelle questioni di "etica alimentare". Il piatto che ci vuole è a base di ingredienti esclusivamente da agricoltura biologica e vegetariano
POLPETTONE VEGETARIANO
100g di piselli secchi
2 patate
2 zucchine
1 carota
1 gambo di sedano
1 cucchiaio di passata di pomodoro
200g di ricotta
100g di farina
100g di farina di ceci
1 cucchiaio di melassa
odori vari (timo, rosmarino, salvia, prezzemolo...)
olio extravergine di oliva
sale e pepe q.b.

Portate ad ebollizione poca acqua salata a cui aggiungerete i piselli. Lasciate che assorbano tutta l'acqua fino ad ottenere una sorta di purea molto densa. Intanto tagliate le verdure alla julienne, mettetele in uno scolapasta e cospargetele di sale. Dopo circa un'ora ripulitele dal sale in eccesso e ponetele in una ciotola. Aggiungete la ricotta e, quando avrete lavorato bene il tutto, aggiungete le farine prima, il cucchiaio di melassa e gli aromi dopo. Unite la purea di piselli, lavorate ancora un pò e versate il tutto in uno stampo imburrato oppure oleato. Infornate a 180° facendo rassodare bene prima di estrarre il polpettone dal forno.

http://www.gaiaitalia.it/sito2002/RICETTE/ricette_INTRO.html

sabato 6 novembre 2010

LITTLE MISS SUNSHINE (J.Dayton, V.Faris, 2006)


Gli Hoover vivono ad Albuquerque, New Mexico. Olive, la più piccola della famiglia, ha appena ricevuto la notizia dell'ammissione al concorso di Little Miss Sunshine in California. Tutta la famiglia parte in trasferta per accompagnarla. Nulla di strano se non si trattasse di un nonno sniffatore di eroina, uno zio appena reduce da un tentato suicidio, un padre motivatore di folle, un fratello che fa voto di silenzio per entrare nell'aviazione, una madre tranquilla e tutti alle prese con un furgone Volkswagen giallo e difettoso.

L'assoluta sregolatezza del genio è incarnata nel nonno paterno (Alan Arkin). Vivace e fuori dal coro, portavoce di una saggezza personale e graffiante, antitetico al figlio, programmatico e tedioso. Teorico di un manuale per raggiungere il successo, ma assolutamente fallimentare, Richard (Greg Kinnear) non comprende assolutamente i sacrifici cui si sottopone il figlio Dwayne (Paul Dano) che, dotato di una forza d'animo notevole (e di un astio implacabile verso chiunque), trova un amico nello zio (Steve Carell) , affascinante studioso, ma altrettanto sfortunato. In tutto ciò, a far da collante c'è la piccola, dolcissima, Olive (Abigail Breslin), coccolatissimo fiore all'occhiello della famiglia, e la madre Sheryl (Toni Collette), dotata di un autocontrollo ammirevole.

I registi Jonathan Dayton e Valerie Faris, più noti per la regia di video musicali (uno su tutti, il fantastico videoclip di Tonight Tonight del gruppo Smashing Pumpkins per non elencare le numerose collaborazioni con Red Hot Chili Peppers, R.E.M. e molti altri ) e collaborazioni a serie televisive, esordiscono con un primo lungometraggio che trionfa al Sundance Film Festival. Insieme mixano alla perfezione le bizzarrie dei personaggi, lasciando in penombra le connotazioni eccessivamente drammatiche, senza affondare nelle loro patologie. Come in un videoclip (la colonna sonora è semplicemente perfetta e non poteva essere altrimenti) i ritmi si alimentano delle sensazioni e delle arringhe vocali dei protagonisti, e anche il clacson del pulmino entra a far parte dell'armonia generale. E la vita è dipinta proprio così, grottesca, imprevedibile, triste, divertente, egocentrica.

Sebbene in molti abbiano riscontrato un'aperta denuncia all'America arrivista, sempre prima in classifica ed ossessionata dall'ansia del fallimento, io suppongo l'esatto contrario. Il film demolisce un'America di facciata per svelarne, a conti fatti, un retroscena autentico che si annida al di qua dello spettacolo ma ancora più bizzarra e brillante. Il ballo finale di Olive ne è l'esempio. Rompendo ogni aspettativa, catalizza l'attenzione del pubblico in sala e davanti lo schermo, un momento in cui tornano tutte le tracce disseminate lungo il percorso diegetico in una danza liberatoria per i simpatici familiari che le stanno intorno. Tutto torna a posto, e ci si dimentica in un attimo delle sventure appena scampate, e in fin dei conti, la morale c'è e si può riassumere con una frase che qualche decennio prima ha pronunciato Gene Wilder nei panni di Willy Wonka (Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato, M. Stuart 1971):
"Qualche sciocchezza di tanto in tanto aiuta l'uomo a vivere d'incanto"

RICETTA
Questa volta il collegamento tra ricetta e film è meno sottile, e capirete il perchè.
POLLO FRITTO

  • 1 Pollo
  • Uovo Sbattuto
  • Sale
  • Pepe
  • Pangrattato
  • Olio D'oliva
  • 2 Foglie Alloro
  • 1 Rametto Rosmarino
  • Tagliare il pollo a pezzi (non troppo grossi), passarlo nell'uovo sbattuto con sale e pepe e poi nel pangrattato; infine friggerlo nell'olio in cui avrete messo due foglie d'alloro ed un rametto di rosmarino.

    http://www.ricetteamericane.com/

    mercoledì 27 ottobre 2010

    DONNIE DARKO (R.Kelly, 2001)

    Donnie Darko (J. Gyllenhaal) è un adolescente con problemi psichici e vive a Middlesex, una cittadina statunitense. Una notte, sonnambulo, vede un coniglio gigante che gli predice la fine del mondo tra 28 giorni, 6 ore, 42 minuti, 12 secondi. Si sveglierà in un campo da golf per poi scoprire che la sua camera da letto è stata completamente distrutta dal motore di un boeing precipitato dal cielo.

    Prima ancora di uscire nelle sale italiane Donnie Darko era già un cult. Distribuito in concomitanza con l'attentato alle torri gemelle, passò quasi inosservato. Divenuto leggenda per il passaparola di chi l'aveva visto, arrivò nei festival cinematografici italiani tre anni dopo, nella versione director's cut. La versione ufficiale venne finalmente proiettata nel Novembre del 2004.

    Subito inserito nella lista dei migliori 100 film di sempre, Donnie Darko funziona come teen movie, come film fantascientifico, come lucida narrazione storica degli ultimi anni '80.
    I 28 giorni mancanti alla fine del mondo (una curiosità: il film pare sia stato girato davvero in 28 giorni) sono quelli che precedono l'elezione alla presidenza di Bush Senior contro Dukakis. Anni che per gli Stati Uniti hanno rappresentato la fine di un'epoca. E Richard Kelly racconta l'adolescenza in una cittadina provinciale, senza stimoli emotivi, bigotta e superficiale, attraverso gli occhi di un ragazzo incompreso e solo.
    Donnie vive con la sua famiglia, piacevole e serena come quelle che si trovano nelle migliori sit com. Frequenta una terapista perchè affetto da qualche "turba emotiva" manifestatasi già da tempo, quando diede fuoco ad una casa. Il carattere introspettivo e la sua spiccata intelligenza lo rendono non solo un lucido esempio di criticismo storico-sociale, ma anche, e proprio in virtù di questo, una voce fuori da un coro monotono e remissivo.
    In Donnie sta il male sedato di un'intera generazione che ha visto scivolarsi il futuro tra le mani. Ma anche la voglia di scoprire, di indagare sebbene le risposte non sempre sono facili da ottenere.

    Ma si può parlare di questo film anche -e soprattutto- come di un'avventura fantascientifica in cui trova posto una potente componente horror che è tutto fuorchè citazionista (La casa di S.Raimi, Ritorno al Futuro di R.Zemeckis, non sono citazioni ma passioni dichiarate in inserti che non risultano invadenti né compiaciuti). La costruzione fantascientifica ha a che fare proprio con la Filosofia del Viaggio nel Tempo, con l'incontro tra universo primario e universo tangente, con i wormhole ecc... Alla luce di tutto questo, riguardando il film, si da tutto un altro peso alla sceneggiatura. Donnie Darko è davvero un supereroe, (come lo canzona Gretchen nel dirgli Che razza di nome è? Sembra quello di un supereroe) perchè suo è il compito di risolvere il paradosso temporale: il motore che viene dal futuro si scaglia sulla sua casa, ma se non sarà lui a dar motivo all'aereo di passare di là in quel preciso istante (bruciando la casa di Jim Cunningham e facendo la festa in casa che permetterà l'incontro con Frank), il mondo finirà, perchè nell'incontro tra i due universi uno collasserà nell'altro (per una spiegazione dettagliata visitate http://altreparole.blogspot.com/2004/12/donnie-darko-una-spiegazione.htm). Nelle diramazioni che la sceneggiatura intraprende c'è posto per una sofferta intuizione sul futuro, sulla sua possibile conoscibilità e conseguente cambiamento, con tutti i dubbi etici che ne derivano. Ed insieme a Donnie, nel suo universo provinciale ed omologato, non trovano posto né comprensione poche menti illuminate, la professoressa di letteratura Karen Pomeroy (Drew Barrymore) e il professor Kenneth Monnitoff (Noah Wyle), ostacolate dal buonismo facile particolarmente congeniale alle dottrine di Jim Cunningham (Patrick Swayze).

    Infine, Donnie Darko è una storia d'amore. Anche se ripulita da tutto il resto, tolta la fantascienza, l'horror, la critica storica, resta una storia adolescenziale che funziona ugualmente. Inserita in un genere, certo, ma comunque diversa da tutte le altre per ricchezza e profondità del racconto emotivo. E che Donnie sorrida perchè sa che la complessità dell'universo può essere conosciuta, perchè chi muore non muore solo, o perchè ha salvato davvero il mondo, non importa. Quel che conta è che Donnie Darko è un film che non si esaurisce.
    RICETTA
    Per un cult movie ci vuole un cult food...

    PIZZA 4 STAGIONI
    250g di Farina 00
    15g di lievito di birra

    150ml di acqua tiepida

    1 cucchiaio raso di sale
    Polpa di pomodoro, 250 g
    2-3 pomodori maturi
    4 filetti di peperone rosso
    Mozzarella di bufala, 250 g
    Ricotta, 200g
    Funghi coltivati, 200g
    Gamberetti sgusciati, 100g
    Prosciutto crudo (4 fette)
    Succo di limone
    Prezzemolo
    Uno spicchio di aglio
    Vongole veraci e cozze, 400g
    Olive nere e basilico (per guarnire)
    Olio di oliva
    Stemperate il lievito in un terzo dell'acqua e lasciatelo riposare 15 minuti (potete aggiungere un pizzico di zucchero). In mezzo bicchiere di acqua tiepida sciogliete il sale. In una ciotola stemperate la farina, aggiungete il lievito e cominciate a lavorarla con un cucchiaio di legno. Poco a poco aggiungete l'acqua rimasta e il sale sciolto. Procedete impastando energicamente con le mani. Appena l'impasto è consistente continuate a lavorarlo su un piano infarinato usando tutta la mano. Dopo circa 10-15 minuti, sbattete la pasta per liberare il glutine, rimettetela in una zuppiera, coprite e lasciate lievitare per 2 ore.
    Puliti i pomodori, fateli a listerelle, così come i filetti di peperone. Nettati i funghi, tagliateli a fettine. Saltateli 5' in padella con olio, aglio e prezzemolo: teneteli in caldo. Fate aprire le cozze in padella con le vongole, olio e un goccio di succo di limone. Tenete anch'esse in caldo. Spianate la pasta; spalmatela leggermente di pomodoro e distribuitevi il rivestimento a spicchi: sul primo uno strato di ricotta, sul secondo fette di mozzarella e listerelle di pomodoro, sul terzo strisce di peperone, sull'ultimo il restante pomodoro. Salate leggermente, introducete le pizze in forno a 220 'C e cuocetele 15. Estraetele, accomodate i funghi sui peperoni, frutti. di mare e gamberetti sui pomodori, prosciutto tagliuzzato su a ricotta. Rimettete in forno per 5': guarnite con olive e foglie di basilico.

    Su http://www.pizza.it/ potete trovare altre idee e ricette.

    martedì 26 ottobre 2010

    BURIED- SEPOLTO (R. Cortés, 2010)

    Paul Conroy (Ryan Reynolds) si sveglia in una cassa da morto, sepolto. Ha con sé un cellulare, un accendino, una matita. I minuti passano, la batteria del cellulare si sta scaricando e la sua vita è appesa a un filo.

    Al suo secondo lungometraggio, Rodrigo Cortés punta tutte le carte sull'aspettativa. Dirige ed impacchetta un film e, letteralmente, l'unico interprete per provocare un effetto deciso nel pubblico. Ci mette dentro suspence e qualche goccia di Iraq che, di questi tempi, va sempre bene. Non sia mai che dovessimo pensare che il Medio oriente non è una polveriera pronta a distruggere la vita di qualsiasi cittadino. E in un colpo sbaraglia l'aspettativa di un film che in poco spazio potrebbe davvero uscirne grande.

    Seppur riscattato da un finale asfissiante (ancora una volta, letteralmente), la tensione che dovrebbe percorrere tutta la vicenda è stemperata di continuo dal tono canzonatorio e scostante di chi sta all'altro capo del telefono. Non ultima, anche la telefonata alla madre tira fuori qualche segno di dissenso, caricata di una drammaticità fuorviante.

    Buono il lavoro di regia che si muove in modo spigoloso e, all'occorrenza, disinvolto quasi a partecipare alla sepoltura del protagonista. Nell'allontanarsi dal corpo, dando profondità alla cassa, la macchina da presa spinge dietro di sè la parete, complice nel decidere se e quanta aria dare al prigioniero.
    Reynolds, dal canto suo, fa un buon lavoro, ma l'ansia e la claustrofobia non passano a sufficienza da poter contagiare. Gli ultimi minuti valgono da riscatto -ripeto- ma, in un film che punta tutto sull'effetto realistico, le domande che restano sono troppe: perchè lo hanno sepolto invece di rapirlo come hanno fatto con gli altri? Perchè ancora l'Iraq? Perchè Ryan Reynolds non sembra un camionista? (Una volta che si prende il via con le domande ogni dubbio diviene lecito...)

    RICETTA
    Cosa vorreste mangiare se foste costretti in una cassa per un paio d'ore senza sapere se ne uscirete vivi? Ehm...probabilmente niente. Allora faccio una domanda analoga. Quale sarebbe un piatto di cui sentireste una mancanza irrisolvibile se doveste rinunciarci? Non mi resta che proporvene uno. Provatelo e non riuscirete più a dimenticarlo...
    FOCACCIA RUSTICA IMBOTTITA
    250g di Farina 00
    15g di lievito di birra

    150ml di acqua tiepida

    1 cucchiaio raso di sale

    per il ripieno:
    50g di fontina

    patate

    pancetta affumicata in fette sottili

    rosmarino

    1 spicchio d'aglio
    sale q.b.
    Stemperate il lievito in un terzo dell'acqua e lasciatelo riposare 15 minuti (potete aggiungere un pizzico di zucchero). In mezzo bicchiere di acqua tiepida sciogliete il sale. In una ciotola stemperate la farina, aggiungete il lievito e cominciate a lavorarla con un cucchiaio di legno. Poco a poco aggiungete l'acqua rimasta e il sale sciolto. Procedete impastando energicamente con le mani. Appena l'impasto è consistente continuate a lavorarlo su un piano infarinato usando tutta la mano. Dopo circa 10-15 minuti, sbattete la pasta per liberare il glutine, rimettetela in una zuppiera, coprite e lasciate lievitare per 2 ore.
    Intanto prendete 3-4 patate. Lavatele bene e tagliatele in sottili fette tonde senza togliere la buccia. Adagiatele su una teglia ben oleata con l'aglio e il rosmarino. Infornate a 200° per circa 30 minuti. Trascorse le 2 ore, lavorate un altro pò la pasta sulla spianatoia infarinata. Oleate una teglia tonda e stendetevi sopra metà dell'impasto. Riempite con uno strato di patate, uno di fontina, uno di pancetta e ancora uno di patate. Chiudete con la pasta restante. Oleate la superficie stemperandola con qualche ago di rosmarino e qualche granello di sale (meglio se affumicato). Infornate nel piano medio del forno alla temperatura massima per 15-20 minuti.


    giovedì 21 ottobre 2010

    IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI ( J. J. Campanella, 2009)

    Benjamìn Esposito (Ricardo Darìn), vice cancelliere presso il tribunale di Buenos Aires, ormai in pensione decide di riscrivere sotto forma di romanzo un caso di omicidio avvenuto diversi anni prima. Ripercorre così la vicenda, riportando alla memoria i dialoghi col marito della vittima (Pablo Rago), la ricerca dell'assassino e, non ultimo, il suo amore mai dichiarato per Irene (Soledad Villamil), il suo capo.

    Benjamìn scrive per salvaguardare la memoria. Ma non racconta la Storia, quella con la maiuscola, ma una storia che ha segnato la sua vita. Il desiderio di raccontarla ha a che fare con il riprendere le redini di una situazione che mentre veniva vissuta non aveva punti da mettere a fuoco. Benjamìn affonda nelle tracce di questa storia per ricostruire la sua. Non indaga sulle vicende che in quegli anni portavano l'Argentina al massacro, ma si limita a dire, inerme, Povero Pablo. E intanto cerca la giustizia che non ha potuto afferrare in quella piccola storia di amore e morte. Si può salvare una parte del passato se si restituisce spessore e giustizia ad un evento passato in sordina. E intanto, per lui, ritrova spessore anche tutto il "non detto"di quegli anni. L'amore impossibile per il capo, la morte di un amico al posto sbagliato nel momento sbagliato, l'esilio. Tutto è romanzato dai suoi occhi.

    Campanella gioca ad incastro. Porta lo sguardo sempre più a fondo in un intreccio di rimandi che formano una matrioska di storie e ambienti. E più ci si addentra, più si perde di vista ciò che sta al di fuori, il contorno.  Le inquadrature raccolgono i personaggi al loro interno, nella quasi totale assenza di un controcampo. Lo sguardo della macchina da presa è sempre regolato e presente, quasi presuntuoso nel voler raccogliere tutti dentro di sé, espandendosi a dismisura nello splendido artificio del piano-sequenza allo stadio. Ambienti controllati dallo sguardo, dunque, e l'ambiente ultimo non è la cella, dai contorni sfuocati e lo sguardo costretto ad errare tra le sbarre, ma la porta chiusa. Ultimo conto da pagare alla memoria.

    Pochi tratti per delineare i personaggi e tutto il resto di loro è ancora sguardo. Lo sguardo dello spettatore, lo sguardo di Benjamìn su Irene, lo sguardo di Isidoro su Liliana, lo sguardo insolitamente lucido di Pablo. Il contrappunto tra la visione narrata e la narrazione sospesa tra le pieghe della storia deflagra nell'ultimo incontro tra Esposito e Morales. Non si può chiedere il conto alla storia, ma solo a se stessi.

    RICETTA
    Il Segreto dei Suoi Occhi, come già il titolo lascia intendere, narra una storia molto intima. E l'intimità è fatta di sguardi celati, parole non dette, ed una regia in questo caso delicata che stenta a denunciare la propria presenza. Una ricetta adatta dovrebbe inserirsi in sensazioni simili, ma senza farsi notare, rispettando le solitudini che si sfiorano sullo schermo senza disturbare. Voi mi direte che sto dicendo una marea di cavolate?!? Invece no, mi sto solo complicando la vita.
    Qualcosa di soffice, dal sapore poco deciso, che sembri un dolce ma che non sia dolce....
    PANE SOFFICE DI ZUCCA
    500g di zucca gialla lavata e tagliata a quadratini
    550g di farina 00
    1 bustina di lievito per panificazione in polvere
    100g di zucchero
    1 cucchiaino di sale
    150 ml di latte tiepido
    1 uovo
    Cuocete la zucca in acqua salata per 10 minuti. Lasciatela raffreddare, scolatela e passatela al passaverdure. Setacciate la farina e il lievito in una ciotola grande. Al centro versate zucchero, sale e passato di zucca. Cominciate ad impastare aggiungendo gradatamente il latte. Lavorate per almeno 10 minuti, sbattete l'impasto sul tavolo così che liberi il glutine. Formate un panetto e mettete a lievitare in un luogo tiepido e asciutto e coperto da un canovaccio umido per circa un'ora. Dopodichè dividete l'impasto in due filoni, poneteli su una teglia infarinata ed incidete la superficie. Lasciate lievitare per altri 15-20 minuti. Spennellate con l'uovo sbattuto, riscaldate il forno a 200° e cuocete per circa 30 minuti. Nel forno mettete una ciotola piena d'acqua. Lasciate raffreddare e servite.

    venerdì 15 ottobre 2010

    IL FASCINO DISCRETO DELL'ILLUSIONISMO: THE PRESTIGE (C. Nolan, 2006)

    Robert Angier (Hugh Jackman) e Alfred Borden (Christian Bale) sono due apprendisti maghi. La loro amicizia si trasforma in rivalità quando, durante un'esibizione, la presunta imprudenza di Borden causerà la morte di Julia (Piper Perabo), moglie di Angier. Alla ricerca del prestigio perfetto, l'ossessione li renderà spietati.

    Magistrale nel creare un'atmosfera crepuscolare e nel dirigere gli attori sapientemente, ribaltando e giocando con la nostra idea di giustizia sui personaggi, Nolan ambienta il suo film alla fine del XIX secolo. Parlando di illusione, le riflessioni metacinematografiche sono quasi scontate. Così come le ambientazioni fin-de-siècle hanno in auge un sospetto di cambiamento in atto, o delle aspettative. Così accadde per la temibile fine del mondo agli albori del secondo millennio ma, più spesso, al nuovo secolo si chiedono progressi scientifico-tecnologici.
    Il film soddisfa gran parte di queste aspettative e condensa nella figura di Tesla (un David Bowie quanto mai carismatico) la sorpresa e l'ammirazione per una mente scientifica che, nel momento stesso in cui vanifica la riuscita del prestigio negandone l'illusorietà (l'illusione della magia diviene realtà della "magia") ci consegna immediatamente la fiducia della meraviglia.

    In The Prestige, appare evidente come la ricerca della perfezione, dell'illusione pura, costi ad Angier e a Borden un prezzo. Entrambi devono fare i conti con il proprio doppio ma, mentre Borden lo accetta come parte di sè, Angier ne è terrorizzato e lo distrugge. Ma il destino di entrambi è analogo. Se il primo continua a vivere avendo dovuto sacrificare Fallon, il secondo muore perchè non ha mai voluto vedere se stesso nel proprio doppio. E in ogni caso, si tratta di morte.

    Lacan annoverava tra le fasi del riconoscimento di sè quella dello specchio. Teoria largamente ripresa in ambito psicanalitico-cinematografico per giustificare l'immedesimazione e, per contro, il piacere voyeristico dello spettatore al cinema. Angier nel film è ripreso più volte riflesso in uno specchio; il suggerimento ad una sua immagine multipla si risolve nella scena finale della morte. Come a dire, sebbene i suoi riflessi fossero multipli, il totale rifiuto di accettarli come parte di sè lo condanna a morirne. Così come il suo non voler accettare la soluzione del prestigio impone il non superamento di questa fase verso quella successiva. Dopo il prestigio c'è l'applauso. E la mancanza dell'applauso finale è la gabbia eterna dell'illusione.

    Tornando alle considerazioni sul cinema in sè, la curiosità mi porta a scoprire che il 1899 , pressappoco l'anno di ambientazione del film, è anche l'anno di nascita di Gloria Swanson (quanto di più mortifero e metacinematografico può esserci di Viale del Tramonto ?), di Humphrey Bogart (tipico volto del noir) e di Alfred Hitchcock (superflua ogni aggiunta di commento). Esponenti di un cinema che si fa dialogo con se stesso, della messa in discussione del suo statuto e soprattutto cinema che porta in sè un tremendo presagio di morte.

    Nolan conduce lo spettatore alle origini dell'illusione per poi distruggerla. Come la bambina a cui Cutter (Michael Caine) mostra la magia, lo spettatore resta incantato e totalmente rapito dal trucco, ma al suo rivelarsi non si può che pensare che il tempo dell'illusione -del cinema d'illusione- sia svanito (L'uccellino è morto, dice il nipote di Sarah). Il cinema ha svelato i suoi trucchi rischiando, ad oggi, la morte del cinema stesso nel suo potenziale effetto magico. Ma è davvero così? Con Borden che va via portando con sè la figlia, e il volto di Cutter sullo schermo i dubbi si fanno pressanti. Siamo davvero disposti a rinunciare al prestigio ora che sappiamo il sacrificio che comporta? La tecnologia di Tesla stava all'illusionismo come i sempre più innovativi innesti tecnologici stanno al cinema di oggi. Ma resta pur sempre il fatto che pur non essendoci l'illusione, una volta scoperto che il trasporto umano è realmente possibile, il piacere della visione rimane. E proprio la duplicazione e l'eterno modificarsi del trucco divengono la via di salvezza dell'illusione, il motivo per cui Borden può prendere per mano la figlia e continuare la propria vita. Così la riproduzione è nell'essenza del cinema, garantita nel perpetuo arricchimento dell'illusione primigenia.
    Il prestigio si realizza con la morte di una parte del sè che si perde nel momento stesso in cui l'illusione trionfa. Ed il sacrificio per lo spettatore è la rinuncia a quella parte razionale in lotta con la necessità infantile di lasciarsi illudere. Ma è un sacrificio senza dolore perchè, più forte, resta la meraviglia del prestigio.




    RICETTA.
    Mi è giunta richiesta di dare spazio a ricette moderatamente caloriche. Questa volta, dunque, frenerò il desiderio di proporre un cibo che, per qualche oscuro motivo, ben si accordi a concetti quali l'illusionismo, la magia, il 1800 e consiglierò dei biscottini da accompagnare ad un buon the londinese.
    BISCOTTI ALL'ANICE
    1 tazza di infuso all'anice
    50g uva passa
    400g farina integrale
    1 uovo
    20g olio d'oliva
    3 cucchiai di miele

    Preparate l'infuso all'anice. Mettete in ammollo in acqua tiepida l'uvetta per mezz'ora. Disponete la farina su una spianatoia con al centro l'olio, il miele e l'uovo. Impastate aggiungendo l'infuso all'anice poco per volta. Dopo 5-10 minuti di impasto energico, scolate l'uvetta, frullatela ed aggiungetela al tutto. Lasciate riposare mezz'ora dopodichè stendete una sfoglia di 3-4mm di spessore. Ritagliate i biscotti nelle forme che preferite, infornate su di una teglia unta d'olio e infarinata per 20minuti in forno preriscaldato a 200°.

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    martedì 12 ottobre 2010

    THE TOWN

    Ben Affleck, dopo Gone, Baby Gone (2007), toena alla regia. Ancora una volta trae spunto da un'opera letteraria (Il Principe dei Ladri, di C.Hogan) ed ancora una volta si misura con la sua città, Boston (come era accaduto con Will-Haunting, Genio Ribelle di cui fu sceneggiatore).

    Doug McRay (Ben Affleck) vive a Charlestown, periferia di Boston, luogo dal primato incontrastato per numero di rapine in banca. Come per molti altri nel suo quartiere, Doug si trova implicato in vicende ed obblighi malavitosi che si tramandano da generazioni, con tutto il sapere che può essere impartito dall'esperienza. Un padre condannato all'ergastolo per furto aggravato, una madre sparita nel nulla parecchi anni prima, amici poco raccomandabili e con tendenze omicide. Qualcosa sembra cambiare con l'arrivo di Claire (Rebecca Hall) che risveglierà in Doug la speranza di un riscatto.

    Ben Affleck è molto convincente come regista. Si scrolla di dosso la solita aria da bamboccione impacciato dando eccellente prova di sé.
    The Town colpisce per la sua misura. Affleck decide di seguire il genere thriller-noir e lo porta a compimento, senza sbavature nè pretese autoriali. Gestisce la storia, raccontata nel libro di C. Hogan (Il Principe dei Ladri), trattandola con rispetto reverenziale, senza voler strafare nella ricercatezza stilistica.

    Charlestown è dipinta come un luogo ingombrante -le scene si svolgono in maggioranza in esterni- e senza via di scampo, tanto che gli inseguimenti a perdifiato percorrono strade anguste che si risolvono in percorsi circolari o ellittici. Il colpo definitivo, nelle ultime scene, sembra non risolversi mai in un epilogo, dando alle strade un potere centripeto, senza scampo appunto.

    In questa misurata ricerca di equilibrio stilistico giocano un ruolo fondamentale gli attori. Tutti impegnati a fare della città l'elemento principale, appaiono e scompaiono nei loro ruoli per la giusta manciata di minuti necessaria a mantenere sempre vivo l'interesse e l'attesa del momento seguente. L'ingenua Claire spiega il suo rapporto sofferto con le giornate di sole, in opposizione /legame all'oscurità onnipresente delle scene in cui compare l'altro personaggio femminile, Krista (Blake Lively). Jem (Jeremy Renner) è l'amico di sempre, anche lui imprigionato in un destino soffocante che sfoga nel sadismo; tutti i personaggi sono legati da relazioni ambigue, mai banalizzate come buone o cattive, sempre intriganti.

    Per quanto riguarda se stesso, Ben Affleck riesce a mettere in secondo piano anche il proprio ruolo, nonostante sia il protagonista. Più espressivo che loquace, il personaggio di Doug è spaesante come la sua città. Compresso tra una fisicità minacciosa da giocatore di hockey ed un'espressione di muto dolore, è perfetto nel cadenzare i toni che si alternano per tutta la durata del film.

    RICETTA.
    Una ricetta che resti impressa al palato come il dorso possente e gli addominali perfetti di Ben Affleck restano impressi allo sguardo (mi scusino i lettori uomini per la divagazione femminea)?!? Deve essere decisa ma allo stesso tempo impalpabile come un desiderio.


    NUVOLE DI PARMIGIANO
    225ml latte
    110g margarina

    125g farina

    4 uova

    150g parmigiano reggiano
    salsa ai 4 formaggi per accompagnare
    In una pentola sufficientemente capiente portate ad ebollizione il latte e la margarina. Abbassate la fiamma ed unite poco a poco la farina setacciata mescolando energicamente con una frusta. Otterrete così una crema liscia e, possibilmente, senza grumi. Togliete dal fuoco ed aggiungete le uova e il parmigiano. Continuate a mescolare con energia fino ad ottenere un composto omogeneo. Preriscaldate il forno a 190°, imburrate una teglia e versate delle piccole quantità di impasto con un cucchiaio. Fate attenzione a distanziarle sufficientemente tra loro in modo che non si attacchino tra loro durante la cottura. Infornate per circa 15 minuti, fino a doratura.
    Servire caldi accompagnati dalla salsa (io la faccio sciogliendo a bagnomaria nel latte, provola dolce, gorgonzola, un pezzo di parmigiano, emmenthal ed una piccola quantità di burro).

    http://www.ricetteamericane.com

    INCEPTION, I LABIRINTI DELLA MENTE...

    Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) è un maestro dell'estrazione: entra nella mente delle persone dormienti per rubarne i segreti. Ma la missione decisiva a segnare una svolta radicale nella sua vita sarà quella di compiere il procedimento inverso, impiantando un'idea anzichè estrarla. L'impresa porterà Cobb a confrontarsi in primo luogo con se stesso, esponendolo a pericoli estremi che hanno a che fare con il suo passato.

    Il sogno è un mondo in cui cercare rifugio, un mondo che dapprima diviene droga, poi necessario alla sopravvivenza. L'euforia chimica da illusione, già sperimentata in film come Existenz (D. Cronenberg, 1999) o Strange Days (K. Bigelow, 1995), è rintracciabile in ogni insenatura della civiltà contemporanea sotto forma di droghe digitali come second life, di dipendenze informatiche dai social network, di un interesse ossessivo per i reality show. E Chistopher Nolan ne è consapevole, e dirige il suo film con precisione matematica, calibrando ogni pezzo e calcolando ogni dettaglio, tutto su un sostrato di apparente squilibrio temporale.

    Ed i sogni di Nolan prendono spunto dal cinema (i Bond Movies; Kubrick...) e dall'arte (il surrealismo di Escher e Dalì) e all'arte ritornano come unica certezza di una realtà esterna nelle note di Rien de Rien di Edith Piaf; per nascere hanno bisogno di un architetto, di un chimico, di un falsario. Ogni minimo dettaglio è progettato ed impresso sulla memoria collettiva del pubblico. Elementi riconoscibili, invenzioni fantastiche e quant'altro contribuiscono a gettare lo spettatore in uno stato di trance che del sogno riprende i meccanismi, confondendolo ed imprigionandolo. Il regista rifiuta l'uso del digitale e del 3D proprio per rendere il delirio visivo ancora più reale. E ci si trova catapultati a Parigi, Tokio, Los Angeles, in Canada, in Marocco tra luoghi già visti e percezioni distorte ed inquietanti, proprio come nei sogni.

    Arianna (Ellen Page) srotola il filo all'interno del labirinto, e Teseo è lo spettatore stesso. Cobb (Leonardo DiCaprio) crea il suo labirinto dal quale non vuol essere salvato, lui è il minotauro che non è consapevole della propria voracità. Crea una prigione attorno a sè nella quale attrae gli altri.
    Muovendosi nella direzione già tracciata da Shutter Island, in un viaggio che lo conduce sempre più verso le profondità indistinte dei sentimenti e della mente, DiCaprio perde un pò di forza nel reinterpretare conflitti così vicini ma emerge ugualmente, sostenuto da un cast all'altezza del compito.

    Come un odierno Méliès, Nolan accompagna lo spettatore sulla soglia dei suoi mondi, lo tiene per mano per poi spingerlo con violenza oltre il confine con l'immaginario. Perchè l'idea è un virus impossibile da estirpare, e cresce al di fuori della mente, costruisce mondi ed infetta tutto ciò che conosciamo. Il virus di Cobb è Mal (Marion Cotillard). Come in Eternal Sunshine (vedi http://unfilmperdessert.blogspot.com/2010/07/infinita-letizia-della-mente-candida.html) la mente di Cobb è infetta dal senso di colpa, dalla perdita insopprimibile di qualcuno che neanche lui può ricreare. Come lui stesso confida al simulacro di sua moglie, l'unica creazione che gli è possibile è una brutta copia, una Mal distorta e costruita sui sensi di colpa e il dolore. Così, sul finale del film appare del tutto superfluo interrogarsi sulla dicotomia realtà/sogno. Non occorre sapere se la trottola cadrà o girerà in eterno perchè in fondo la realtà deve avere la sicurezza di un rifugio, e non c'è rifugio in cui non trovi posto il sogno. E il sogno, l'idea, è un virus inestirpabile.



    RICETTA
    Non so perchè, ma guardando il film, la prima cosa che ha colpito la mia attenzione è stata la scelta del nome Arianna per l'architetto del labirinto da impiantare nella mente di Fischer (Cillian Murphy). Questo particolare ha evidentemente richiamato alla mia mente le letture intorno alla mitologia greca che tanto mi hanno appassionata. Credo che sia lo spunto giusto per poter individuare una ricetta che completi questo film. Ovviamente non si tratterà di cucinare la carne di giovani donne e di sette giovani uomini ateniesi immedesimandoci nei panni del minotauro. Ma, ad affascinarmi, da sempre della mitologia, è stata la particolare attenzione riposta nella descrizione e nella ricerca dei piaceri. Quindi, la ricetta di oggi prevede un succulento dolce di origine greca che ho trovato su http://www.ricettepercucinare.com


    PICCOLI CAKE ALLO ZENZERO CON SALSEdosi per 1 persona:
    Per I Cake
    100 gBurro,
    120 g Zucchero A Velo,
    80g Farina,
    40g Cioccolato Fondente,
    30g Fecola Di Patate,
    20 g Zenzero Fresco Grattugiato,
    1 Uovo,
    3 Tuorli D'uovo,
    1 Cucchiaino Lievito Per Dolci,
    Burro E Farina Per Gli Stampini,
    Scaglie Di Mandorle E Panna Per Decorare,
    Per La Salsa Al Cioccolato
    100 g Zucchero,
    100 g Cioccolato Fondente,
    Per La Salsa Al Mango
    150 g Polpa Di Mango
    100 g Zucchero

    Per preparare i cake, montate il burro con 100 g di zucchero a velo, lavorando con una frusta o con lo sbattitore elettrico, fino a ottenere un composto omogeneo e cremoso. Sempre lavorando, incorporate quindi lo zenzero grattugiato, l'uovo, i tuorli uno alla volta, il cioccolato fuso, freddo e infine la farina setacciata insieme con la fecola e un cucchiaino di lievito. Imburrate e infarinate 12 stampini per creme caramel, riempiteli fino a due terzi con l'impasto preparato, distribuendolo equamente, quindi infornateli a 170 gradi per 25 minuti. Preparate intanto la salsa al cioccolato: fate bollire per 2 minuti 100 g d'acqua con lo zucchero, poi aggiungete il cioccolato fondente tagliuzzato e, mescolando, lasciatelo sciogliere in modo da ottenere una salsina cremosa. Per la salsa al mango, invece, sarà sufficiente frullare la polpa del frutto con lo zucchero. Sfornate i cake allo zenzero, sformateli, disponeteli nei piattini da porzione, spolverizzateli di zucchero a velo e serviteli tiepidi, accompagnati con una cucchiaiata di ciascuna salsina, un ciuffo di panna montata, scagliette di mandorle e, volendo, anche guarnizioni di cioccolato.

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