sabato 11 agosto 2012

TRONO DI SPADE. Banchetto, Parte Prima.

Come promesso sulla pagina Facebook, questo post serve a documentare i miei progressi nella cucina ispirata alla serie Il Trono di Spade. Ho ricevuto in dono il fantastico A Feast of Ice and Fire, il libro di ricette ufficiale che mi aiuterà nella preparazione di invitanti banchetti da far invidia alla corte di Approdo del Re, e devo esercitarmi per non giungere impreparata quando sarà il momento, nella fattispecie, Ferragosto. Farneticazioni a parte, il mio amore per la serie era stato già declamato nell'articolo dello scorso Giugno pubblicato per Net1News, Trono di Spade Mania, ed ho provato a realizzare il Cigno di Meringa che campeggerà sul dessert di gelato a Ferragosto.





Il risultato previsto dagli autori del libro è questo:


Dopo aver preparato una meringa con l'ausilio del magico Bimby (4 albumi d'uovo a temperatura ambiente, 400 g di zucchero a velo, un pizzico di sale. Polverizzare lo zucchero per un minuto a velocità turbo. Inserire la farfalla e montare gli albumi, lo zucchero e il sale per 7 minuti a velocità 2, a 50°), con una sac à poche ho creato delle forme di meringa su un foglio di carta forno bagnato e strizzato, tentando di seguire il disegno consigliato dal libro:
Ed ho infornato a 100° nel forno tenuto leggermente aperto da una forchetta per un'ora e mezza.
E questo sarà il risultato (sul gelato, n.d.):
Ci manca una mandorla a fare da becco, ma il primo tentativo di meringa della mia vita sembra superato!



LOVE & SECRETS (A. Jarecki, 2010)

David Marks (Ryan Gosling) è il primogenito di un ricco impresario edile di New York. L'incontro con Katie (Kirsten Dunst), una ragazza di umili origini, rappresenta per poco la via di fuga dagli affari in cui suo padre vorrebbe coinvolgerlo. Insieme aprono un negozio di cibi naturali (All Good Things) cui rinunceranno per le pressioni del magnate. Trasferitisi nuovamente in città per condurre una vita più agiata all'ombra del capofamiglia, saranno assediati dagli spettri del passato di David, ora inspiegabilmente introverso e violento. 

Ispirato alla storia vera di Robert Durst il film indaga la sparizione di Katie, storia che nel 1982 sconvolse l'America. Le indagini riprese nel 2000 sulla base di nuovi indizi videro l'assoluzione dell'imputato Durst, nel film interpretato dall'eclettico Ryan Gosling. Andrew Jarecki, già autore di pregevoli lavori documentari, tenta la strada del thriller partendo da fatti realmente accaduti ma tuttora giuridicamente irrisolti, tuttavia il suo lavoro mira a colmare le lacune lasciate dalle indagini ipotizzando un probabile sviluppo della vicenda.
Al suo primo lungometraggio approda ad un risultato acerbo ma convincente. La prima parte, pervasa da una sensazione di catastrofe imminente, veicolata dalle interpretazione di un'intensa Kirsten Dunst ed un quanto mai distante e gelido Ryan Gosling, mantiene vivo l'interesse. Peccato che a fare da contrasto ci sia una seconda parte, ambientata nel Duemila che, se in un primo momento serviva a fare da didascalia alla narrazione, si impone con tonalità spesso farsesche. David da latitante indossa abiti femminili e d'improvviso sembra non esserci alcun senso dietro l'impulsivo evolversi della storia. Assassinii e decisioni prese con troppa facilità si impongono e distanziano dalla grazia che aveva caratterizzato il racconto iniziale.
La scomparsa di Katie dalla storia e dalle immagini potrebbe essere una delle cause del cambiamento. Kirsten Dunst, che ai tempi di questo lavoro non si era ancora cimentata con il peso esistenziale di Melancholia, riesce a focalizzare su di sé tutta l'attenzione, sebbene il suo compagno non sia da meno. Ryan Gosling dietro il volto silenzioso è intenso come solo lui sa essere (qui ancora lontano dal successo di Drive) ma quasi scompare accanto a Kirsten. Dopo di lei le immagini perdono spessore e la trama degenera esponendosi fin troppo alle forzature didascaliche. Nel complesso si tratta di un'opera che lascia ben sperare sul futuro da regista di Andrew Jarecki lontano dal documentario ma con quella vena di fine narratore degli aspetti più "normali" delle realtà più inquietanti che trapela dal film.

RICETTA
Non so che motivazione dare alla scelta di questa ricetta. Diciamo che per perdonare la mia latitanza vi offro in pegno una ricetta semplicissima, la cui preparazione scenica -rubata a Benedetta Parodi- è talmente facile e divertente, ma soprattutto d'effetto, che ci metto pure le foto! Più di questo non so che altro fare ...
SOPPRESSATA DI POLIPO
Un polipo grande
Sale
olio
limone
pepe
prezzemolo
 


Come specificato si tratta di una ricetta semplicissima che si avvale di strumenti particolari. Innanzitutto fate bollire il polipo in acqua salata per il tempo necessario. Io consiglierei un polipo decongelato perché più tenero. Intanto prendete una bottiglia di plastica da 2l e tagliatela a metà. Appena il polipo sarà cotto scolatelo assicurandovi che resti asciutto e ponetelo nella mezza bottiglia facendolo aderire bene ai bordi, fate attenzione a lasciare meno spazi vuoti possibile. Metteteci un peso sopra (una bottiglia piena o un batticarne, qualunque peso troviate in casa andrà bene, purché riesca a tenere pressato il polipo) e lasciate riposare per mezza giornata. Mezz'ora prima di servire mettetelo in congelatore, poi estraetelo, tagliate a fettine sottili e condite con una citronette fatta di olio, limone, pepe e prezzemolo tritato. Un capolavoro!

domenica 17 giugno 2012

QUELLA CASA NEL BOSCO (D. Goddard, 2011)

Un gruppo di ragazzi parte per trascorrere una vacanza nella casa nel bosco del cugino di uno di loro (Chris Hemsworth). Intanto in un ufficio due colleghi (Richard Jenkins e Bradley Whitford) parlano del più e del meno prima di mettersi al lavoro e monitorare la terribile notte dei ragazzi.

Chi pensa ancora che non ci siano differenze tra zombie e contadini zotici zombie adoratori del dolore si sbaglia di grosso. Se scommettesse sul contrario perderebbe clamorosamente e non sarebbe il più gioviale tra amici che brindano e pasticceria mignon offerta in ufficio. Dal mio canto, però, potrei scommettere che qualcuno tra voi fedeli lettori stia storcendo il naso meditando "Ma che roba è?!? Non era un horror?!? I pasticcini mignon..." E non sarebbe del tutto da biasimare.
Il film in questione, opera prima di Drew Goddard, affiancato alla sceneggiatura dal nostro adorato Joss Whedon, è un horror. Ed è una commedia. Ma non fa ridere. Sempre. E appena si ride ecco una scena da colpo al cuore che non vi sareste aspettati. E in questo labirinto di molliche di pane cerco di tornare indietro -in barba agli uccellini- per giungere in vostro aiuto e spiegare ciò che vorrei dire.


Goddard e Whedon costruiscono un intreccio che parte dai luoghi comuni dell'horror, scegliendoli con cura, per poi lavorarli sotto gli occhi dello spettatore. Come uno chef che seleziona gli ingredienti per preparare un piatto della tradizione culinaria che vi è più familiare davanti a voi, per poi sconvolgervi rivelando segreti e procedure impensabili. Tra il gusto e lo stupore potrete scoprire una nota di sapore che è sempre stata lì senza rivelarsi mai alla consapevolezza. Così i due autori scelgono il più classico dei pretesti (i giovani che partono per una vacanza in un posto isolato) ed ironizzando sulle scelte azzardate che sicuramente li metteranno nei guai alzano le mura di una costruzione ben più complessa. Le gerarchie di potere "horrorifico" sono disposte per una scala che, invece di salire, scende verso il basso. Se sulla terra camminano le vittime, pedine del gioco, sotto di loro si declinano gli uffici del potere in ordine crescente man mano che si va sotto.

Il finale non è scontato, e le scelte registiche sono entusiasmanti. A funzionare davvero è la scelta di far convivere la commedia e l'horror come già avviene in molti altri lavori, ma raffinando i due linguaggi di genere al punto che risultino entrambi pienamente compiuti. Quella Casa nel Bosco, dunque, è un horror ed è una commedia. Alla fine sarete spaventati e divertiti senza aver mai temuto che la situazione potesse precipitare nel farsesco.

P.S. Se ve lo state chiedendo, quella nella foto a sinistra non è Cristiana Capotondi!


RICETTE
Prima di guardare un film horror fa un gran bene sventrare del pesce. E proprio ieri ho preparato un tortino di alici semplicissimo.
TORTINO DI ALICI AL FORNO
1 Kg di alici fresche
pan grattato
olio
aglio
origano
sale

Pulite le alici privandole della testa e della spina centrale. Tritate l'aglio, aggiungete ad una tazzina di olio e lasciate riposare qualche minuto. In una teglia appena unta disponete uno strato di alici che condirete con l'olio all'aglio, origano e sale continuando per diversi strati. Infine ricoprite con il pangrattato e cuocete in forno a 160° per circa venti minuti (anche meno).

lunedì 4 giugno 2012

MARILYN (S. Curtis, 2011)

E' il 1956. Laurence Olivier (Kenneth Branagh) propone a Marilyn Monroe (Michelle Williams) il ruolo di coprotagonista per il suo nuovo film, Il principe e la ballerina. Sul set è presente anche Colin Clark (Eddie Redmayne), un giovane appassionato di cinema riuscito ad ottenere l'ingaggio come terzo aiutoregista. E sarà lui stesso a narrare l'incontro con la bella Marilyn nel diario che pubblicò diversi anni dopo e acui questo film è ispirato.

Marilyn Monroe...Marilyn Monroe, si potrebbe ripetere questo nome all'infinito ed evocare emozioni sempre diverse. La donna che ha fatto impazzire i benpensanti "Fifties", che con lo sguardo ed un sorriso malizioso poteva ottenere tutto dagli uomini più potenti, condannata a rendere felici gli altri pur essendo immune alla felicità. Ma chi si celava davvero dietro il volto di Marilyn Monroe?
Di lei resta un racconto, ma alla base di quello e di tutte le parole che la riguardavano c’era quel corpo che è sopravvissuto alla morte, l’immagine che è diventata mito. E così per tutto il film Marilyn è nell’aria, non serve che Michelle Williams le assomigli (sebbene sia perfetta nel ruolo, un vero talento) perché tutto sa di lei, la si respira in ogni minuto.
 
Della Norma Jeane alimentata da pillole, sedativi e lusinghe spicciole non traspare molto più che qualche capriccio. "Ora devo essere lei" è la frase che pronuncia poco prima di esibirsi con pose e sorrisi alla servitù adorante nel castello di Windsor, ed è forse questa la confessione più innocente e drammatica di Norma-Marilyn. Il "dover essere" ad ogni costo, fino a perdersi del tutto, a svuotarsi di ogni contenuto è stata forse la causa della morte di Marilyn, e allo stesso tempo l'ultima condanna alla fama eterna. Probabilmente oggi non ricorderemmo quelle forme morbide, quasi ingenuamente esibite se la diva fosse rimasta in vita più a lungo, avrebbero rappresentato un momento della storia del costume e della società ma niente di più. Alle curve dei fianchi e del seno di Marilyn è sopravvissuto il conflitto che portava dentro di sé, dietro quegli "occhi da letto" disperatamente in cerca di approvazione.

Il film di Simon Curtis punta a narrare più la desiderabilità dell'oggetto-marilyn che la donna tormentata. Ed il titolo originale rende maggiormente l'idea di una narrazione mediata dagli occhi innamorati di un giovanissimo Colin Clark, che trovò in Marilyn la compagna di un momento, il sogno che si può avere la fortuna di vivere ad occhi aperti, ma che non lascia nulla di reale. Nel cast, accanto a Eddie Redmayne, nei panni di Clark, brillano il veterano Kenneth Branagh, Julia Ormond, Judi Dench ed Emma Watson. Splendida Michelle Williams che ci regala un'interpretazione intensa e credibile tanto da dimenticarci che la "vera" Marilyn, dopotutto, non è che  un sorriso, un corpo che gioca a tener ferma la gonna che si alza per il vento, uno sguardo seducente, un desiderio evanescente che continueremo a cercare per sempre nello schermo, proprio come il giovane Colin.

Avrei voluto intitolare questo articolo nel mio contributo su Net1News "Marilyn e il Desiderio" invocando il riferimento al celeberrimo Monica e il Desiderio di Ingmar Bergman. Nel film del 1952 l'intensità dello sguardo in macchina di Harriett Andersson aveva scatenato una moltitudine di riflessioni, parole, testi critici che ancora oggi lo rendono famoso. Di contro gli sguardi di Marilyn nel film di Curtis sono sì intensi, voraci, ma mai rivolti a noi spettatori. Si ha sempre la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo nelle pause tra quegli attimi in cui lo sguardo è seduttivo e quelli in cui è smarrito, spaventato.

Così mi sono trovata in difficoltà nella scelta della RICETTA. Cosa proporre, un piatto raffinato e seducente o un altro più semplice, dal gusto impalpabile? Forse un gusto che richiami entrambi gli aspetti come un carattere timido e insicuro che si rivela all'infrangersi di una trincea di croccantezza?!? Direi proprio che quest'ultimo è quello giusto.

  •  acqua 1l
  • formaggio Montasio 500g

  •  polenta 200g

  •  speck 150g

  • Preparate una polenta morbida e tagliate a dadini lo speck. Grattuggiate il formaggio, scaldate una padella antiaderente senza aggiungere olio né altri ingredienti. Quando sarà ben calda versatevi 2-3 cucchiai di formaggio. Appena scurisce leggermente, togliete dalla padella, premete leggermente sui bordi formando una specie di canestrino e lasciate raffreddare appoggiandolo su un bicchiere rovesciato così che prenda meglio la forma. Intanto scaldate lo speck che utilizzerete insieme alla polenta per riempire i cestini.

    domenica 6 maggio 2012

    THE AVENGERS (J. Whedon, 2012)

    Loki (Tom Hiddleston), fratellastro cattivo di Thor (Chris Hemsworth), scende sulla Terra per impossessarsi del Tesseract, il potentissimo cubo cosmico con cui potrà guidare un esercito di Chitauri alla conquista del pianeta. Per fermare il malvagio tiranno, Nick Fury (Samuel L. Jackson) prenderà nuovamente in considerazione il progetto di radunare un gruppo di vendicatori (Avengers) scelti tra i più validi supereroi: Capitan America (Chris Evans), Hulk (Mark Ruffalo), Iron Man (Robert Downey Jr.) e Thor, aiutati dagli agenti dello S.H.I.E.L.D. e dalla spia Natasha Romanoff alias La Vedova Nera (Scarlett Johansson).

    Loki fa la sua prima apparizione pubblica a Stoccarda, mentre un quartetto d'archi esegue "La Morte e la Fanciulla" di Schubert. Ora, care ragazze che evitate i film della Marvel come da bambine vi ostinavate (me compresa) a giocare con Barbie snobbando le cose da maschi, qui c'è dell'epica vera, molto più epica di una qualsiasi inverosimile minestra cinematografica a base di Omero (povero Omero!). La cosa che rende The Avengers così elettrizzante è che ogni personaggio è se stesso, ognuno ha un leit motiv che lo segue, proprio come accadeva nel melodramma o nei film musicali della Disney classica. In più Joss Whedon è un gran narratore, e non si limita a mettere la musica rock quando arriva Iron Man, che tra l'altro sfoggia t-shirt fantastiche come quella dei Black Sabbath, oppure a scrivere le battute di Thor come le avrebbe scritte Odino in persona e a fare di Mark Ruffalo il più credibile e veramente arrabbiato di tutti gli Hulk indecenti tentati fino ad ora. Joss Whedon li conosce dalla nascita questi uomini con l'armatura di muscoli, lui sa che Hulk picchia senza sentimentalismi, lui sa che le battute di Iron Man/Stark sono sempre sagaci, lui sa che Capitan America è fondamentalmente un reperto archeologico e Thor un bonaccione, e soprattutto sa che tutti insieme non andranno mai d'accordo.

    Ma il bello arriva proprio quando tutti si trovano uniti nella stessa causa: lo stratega Capitan America dispone i soldati (tranne Hulk, ovviamente) e dal primo sguardo complice all'ultima scena c'è da stare incollati alla poltrona in un mix di turbamento emotivo ed eccitazione fisica. Ora, giustifico una piccola parte dell'entusiasmo nell'ammettere che senza la dovuta istruzione sull'universo Marvel, arraffata alla meno peggio negli ultimi tempi, forse non avrei maturato tanta aspettativa (grazie Dario!) ma, di contro, ammetto umilmente che The Avengers è un vero filmone! Non sono a corto di parole, sono solo investita di un'estasi mistica, un divino furore che mi offusca la mente e non mi fa pensare. Questo film è saggio, ironico, appassionato, mette insieme gente come Samuel L. Jackson e Robert Downey Jr., picchia forte e va veloce ... al punto giusto. Insomma, guardatevelo!

    RICETTA
    Attenzione: Notizia per chi ha già visto il film! Se vi state chiedendo in quale momento del film si trovi l'immagine qui sopra, informatevi! AhAh! Dai, ve lo dico io: da poco nelle sale Americane è stata distribuita una nuova scena che segue i titoli di coda, ed è a quella che vedete qui che mi riferisco. Un ultimo momento del film in cui tutti vanno a mangiare lo Shawarma. E che cos'è lo shawarma? Una specie di kebab...

    Pane Arabo
    Pollo a Striscioline
    Laban (yogurt tipico, molto denso e acido)
    succo di limone
    sale
    aceto rosso
    tahine (pasta di sesamo)
    aglio
    olio
    sumak (chicchi di melograno essiccati in polvere)
    pomodoro a fette
    cetriolo a fette

    Mischiate tre cucchiai di laban con il succo di mezzo limone, due cucchiai di aceto, sale, pepe e lo spicchio d'aglio tagliato in due. Immergete la carne in questa marinata e lasciate riposare un'ora, dopodiché passatela in padella con un po' d'olio per pochi minuti, finché sarà cotta.Mentre la carne si intiepidisce, preparate la salsa mischiando tre cucchiai di laban con un cucchiaino di tahine, succo di mezzo limone e sale. Spalmate la salsa su una sfoglia di pane arabo, disponetevi sopra le fette di pomodoro e cetriolo, spolverizzate con il sumak. Aggiungete la carne ed arrotolate. Chiudete alla base aiutandovi con della carta di alluminio.

    lunedì 30 aprile 2012

    ECOVANAVOCE (T. Urciuolo, 2012)


    Questa volta farò qualcosa di diverso, proponendo la recensione di un film che potrete vedere non al cinema ma in televisione. Ecovanavoce è l'opera prima di Tommaso Urciuolo, e sarà trasmessa dal canale comingsoon television nelle seguenti date: martedì 1 maggio alle 19:20; mercoledì 2 maggio alle 06:00 e alle 13:20; sabato 5 maggio alle 09:20 nel programma "short stories".

    Piove. Un uomo si sveglia nel bosco. Vede qualcuno. Ha paura. Quando il sole sorge va in cerca di aiuto.

    Il film di Tommaso Urciuolo comincia così. Nessuna spiegazione, solo un volto terrorizzato che invoca qualcuno, qualcosa, un aiuto.
    Un solo personaggio, dunque, ma già dai titoli di testa la natura si presenta come altra protagonista annunciata. Il fruscio lieve delle foglie, i raggi del sole che filtrano tra i rami ripresi da una camera incerta, barcollante. Ma la natura ha due aspetti, è silenziosa e incontaminata e allo stesso tempo seminata di macerie. Il protagonista scruta, chiama, cerca indizi, ma l’unica risposta può venire solo da lui. Le macerie incombono come spettro del passato, l’incubo non vive del soprannaturale, ma del riconoscibile. Ed è un incubo senza inizio né fine, dove la contiguità tra vero e falso, passato e presente, si muove come su un nastro di Mœbius.
    Urciuolo cura una regia che si lascia guidare dalla vicenda. La macchina da presa sembra non avere iniziativa, pedina il protagonista, lo fissa e si muove con lui, su di lui. Se mai la vicenda avrà un epilogo, saranno i suoi occhi a svelarlo. L’uomo si trova in un aldilà ipotetico, zoppo come chi ha avuto a che fare con la morte, forse prigioniero di un limbo che lui stesso ha creato. Un limbo costruito sulle macerie della propria esistenza, che mai avranno altro padrone.
    La sceneggiatura di Marco Sommella si costruisce per immagini evocative, annunciate già nel palindromo del titolo, sostenuta dalle musiche di Adriano Aponte. Fabrizio Ferracane, nei panni del protagonista, concede un’interpretazione forse poco misurata, ma in generale all’altezza del compito. Non si tratta di un film facile, perché parlandone si corre il rischio di rivelare troppo. La mancanza di una narrazione lineare in favore di una regia movimentata conferisce all’opera diversi spunti interpretativi.
    Il protagonista più che portatore del racconto è espressione di un malessere variamente identificabile. Paradigmatica è la scena in cui si rifugia ai piedi dell’altare nella chiesa: solo lì può trovare un attimo di quiete, nel luogo della spiritualità per antonomasia, dove il sollievo dalla fatica sopraggiunge dall’aver trovato un rifugio familiare dentro di sé.

    RICETTA
    In un limbo senza ieri né domani, ci sta un piatto che non è dolce e non è salato...
    900 g di petti di pollo
    300 g di albicocche
    3 cucchiai di olio di semi di arachide
    1 rametto di coriandolo
    sale
    Per la salsa agrodolce:
    80 cl di succo di albicocca
    4 cucchiaini di ketchup
    1 cucchiaino di concentrato di pomodoro
    5 cucchiai di zucchero
    7 cucchiai di aceto di riso
    1 cucchiaino di marmellata di albicocche

    Preparare la salsa agrodolce: mettere tutti gli ingredienti, tenendo da parte la marmellata di albicocche, in una pentola e far sobbollire per 20 minuti, mescolare di tanto in tanto, spegnere e unire il cucchiaino di marmellata. Amalgamare e tenere da parte.

    Nel frattempo, tagliare il pollo a dadini, lavare le albicocche e tagliarle a listarelle. Lavare, asciugare e tritare il coriandolo.

    In una padella capiente riscaldare l'olio e rosolare il pollo per 5 minuti, aggiungere le albicocche e continuare la cottura per altri 5 minuti.

    Aggiungere la salsa agrodolce e mescolare con cura, per amalgamarla bene al pollo. Coprire e cuocere a fiamma bassa per 5 minuti. 

    Guarnire con foglie di coriandolo e servire caldo.

    giovedì 19 aprile 2012

    BEL AMI. Storia di un seduttore (D. Donnellan, N. Ormerod)

    Georges Duroy (Robert Pattinson) è un giovane ex soldato nella Parigi di fine XIX secolo. La sua unica dote risiede nel fascino, che lo porterà a scalare le vette della ricca borghesia francese. Soprannominato dalle ammiratrici "Bel Ami" (amico del cuore), saprà risolvere la noia sofferta dalle ricche dame, ottenendo in cambio un lavoro prestigioso e non pochi favori. Ma riuscirà la ricchezza acquisita a riscattare la sua immagine nell'alta società?

    I primi fotogrammi di Bel Ami sembrano rispondere all'aspettativa di un racconto avvolgente ed inquietante, con Robert Pattinson nei panni di Georges Duroy che se ne sta in penombra a rimuginare sul tozzo di pane che gli ricorda la miseria in agguato, con le mani che si sfregano vogliose di posarsi al più presto su un bottino consistente.
    Opera prima della coppia teatrale Declan Donnellan e Nick Ormerod, Bel Ami, dunque, ripropone il tema del celeberrimo racconto di Guy de Maupassant, puntando a ribadire che alle basi della società contemporanea, dal XIX secolo ad oggi, vige sempre la regola d'oro che la corruzione e l'arrivismo sono la forza dei potenti. E la forza del racconto è proprio il suo protagonista, ragazzo povero all'inizio, ricco inetto alla fine.

    Peccato che il "seduttore", cui fa riferimento il sottotitolo nella distribuzione italiana, nel corso del film non si faccia vivo nemmeno una volta. Pattinson sfoggia un'espressione vuota ai limiti della lobotomia per gran parte del tempo, negli attimi restanti accenna ad un broncio infantile e sufficientemente irritante. Donne argute e complesse gli passano accanto inspiegabilmente rapite, chi per attrazione chi per mero interesse politico, da un ometto che perde ogni potenziale carisma tra frasi smorzate e sguardi vacui. Non bastano le talentuose Uma Thurman, Kristin Scott Thomas e Christina Ricci a risollevare il bilancio, perchè la presenza ingombrante di Pattinson porta a fondo l'intera nave. 

    La narrazione perde ogni guizzo possibile, l'intreccio politico resta in secondo piano, tra le belle forme di Clotilde e la fotografia luminosa curata da Stefano Falivene. Peccato che della bieca natura umana, dei raggiri politici e delle storture civili resti solo qualche cenno sbiadito. I dichiarati richiami alla contemporaneità perdono di consistenza, ed a sostenere il film restano veramente pochi elementi. La fotografia, si è detto, ed il volto disperato ed invecchiato di Virginie, tuttavia tendenzialmente grottesco nel tiepido umore generale.


    RICETTA
    Ad una tavola di ricchi si addice un piatto raffinato (o così parrebbe da ciò che viene servito al povero Georges incapace di decifrare le posate). Per l'occasione mi son presa la libertà di decodificare la videoricetta di Paolo Pasquini da www.atavolaweb.it .
    MAZZANCOLLE MARINATE CON TARTARE DI FRAGOLE
    8 Mazzancolle fresche
    200 gr di Fragole
    2 lime
    aceto
    olio
    sale
    menta
    pepe rosa
    maggiorana
    Sgusciate le mazzancolle eliminando il guscio ed il filamento interno. Mettetele a marinare nel succo di lime per mezz'ora. Intanto tagliate le fragole in piccoli cubetti che condirete con un pizzico di sale, qualche foglia di maggiorana, pepe rosa, ed una vinaigrette ricavata dall'emulsione di aceto, olio ed un goccio di lime.
    Quando la marinatura sarà pronta, servite le mazzancolle sgocciolate dal succo di lime, con accanto la tartare di fragole. Nel piatto da portata servite qualche goccio di salsa alla menta che avrete ottenuto frullandone o centrifugandone le foglie con l'aggiunta di olio e sale.

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