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mercoledì 21 settembre 2016

BRIDGET JONES'S BABY (di S. Maguire, 2016)

Ci risiamo. Bridget Jones è di nuovo single, ma almeno può vantare di avere un buon lavoro e una forma fisica finalmente perfetta. Decisa a lanciarsi in nuove avventure, però, si ritroverà single ed incerta sull'identità del padre del bambino.

C'è un momento nella vita di ogni donna in cui ci si ferma a pensare.
Può accadere a trent'anni, quando ci si ritrova ad essere single mentre le amiche sfoggiano le foto del loro matrimonio. Può accadere a trentacinque quando la bellezza non è sfiorita, ma per essere presa in considerazione dagli uomini servirebbero dieci anni di meno e sicuramente meno ciccia sui fianchi. O magari avviene quando i giochi sono fatti e ancora un dubbio su tutti resta: finirò col rassicurante compagno di sempre, o posso ancora permettermi di cercare l'uomo dei miei sogni? Vivrò mai un'altra notte di folle passione?

Ecco, così va anche per Bridget Jones, che si ritrova a soffiare 43 candeline senza un uomo al suo fianco. Bridget, che da più di dieci anni ha il volto di Renée Zelwegger e da più di venti ci racconta il "disagio" di essere donne.

Bridget Jones' Baby si distacca dal libro ma si riconferma un canto generazionale, una voce che celebra e acclama tutte le donne nella loro singolare e adorabile normalità. C'è anche la penna di Emma Thompson nella sceneggiatura a tratteggiare una serie di briosi aneddoti che portano la "solita" Bridget a scontrarsi in pieno viso contro il mondo di oggi, con amiche trentenni molto più sfacciate di quanto fosse lei dieci anni fa, e un gruppo di hipster a gestire il suo ufficio. E poi ci sono loro, l'amore di sempre e l'eccitante sconosciuto.

Un nuovo capitolo che, nonostante l'odore di sequel, si afferma come film del tutto nuovo. Meno british dei precedenti ma assolutamente in linea con i tempi, dove Bridget è sempre Bridget ma attorno a lei ci sono nuovi volti e nuovi tipi che rendono spassoso l'insieme (su tutti proprio Emma Thompson nei panni della ginecologa). Un film consigliatissimo a chi già conosce le peripezie dell'eroina, a chi è in cerca della sua stabilità in un mondo che non sembra mai accontentarsi, e alle nuove generazioni che non conoscono Bridget Jones ma che potranno cominciare da qui e vederla alle prese - anche - con un inedito Ed Sheeran.

Ricetta.
Probabilmente alcune di voi non sanno di cosa sto parlando, altre già sentendo nominare Bridget Jones staranno pensando "sicuramente sceglierà quella ricetta!", ad entrambe rispondo: Zuppa Blu! Sì, la zuppa drammaticamente blu che Bridget preparò a Mark Darcy per impressionarlo.
In molti si sono cimentati con questa ricetta nel tentativo di ottenere lo stesso improbabile risultato: qualcuno aggiunge del cavolo rosso, tingendo di viola il tutto, altri aggiungono del colorante solo per garantire quel tipico colore "azzurrino pasticcio".
La mia idea è di modificare la vellutata di patate e porri aggiungendo delle patate viola. Lo so, la zuppa dovrebbe essere azzurra, ma preferisco usare i coloranti solo nei dolci con la pasta di zucchero.
Dunque, ci proviamo?


ZUPPA (QUASI)BLU

1 porro
200 gr di patate pelate
400 gr di patate viola pelate
150 gr di panna da cucire (io preferisco quella leggerissima di riso)
qualche foglia di rosmarino
olio evo q.b.
sale q.b.

Togliete le foglie più esterne del porro e tagliatelo a rondelle sottili. Tagliate le patate a cubetti e mettetele in una pentola alta insieme al porro. Coprite con acqua, una manciata di sale e mettete a cuocere. Dal momento dell'ebollizione dovrebbero cuocere in circa 20/25 minuti. Una volta cotti, scolateli (tenendo da parte un po' di acqua di cottura) e frullate il tutto, magari aggiungendo un poco di acqua per rendere il composto più cremoso. Aggiungete la panna. A parte fate riscaldare l'olio a bagnomaria con il rosmarino e, se volete, con qualche granello di pepe. Versate l'olio a filo direttamente nei piatti dove avrete distribuito la vellutata, a piacere aggiungete del parmigiano e, perché no?, dei crostini.

Et voilà, la zuppa violetta quasi-blu "alla Bridget" è servita!

lunedì 16 giugno 2014

HER (Spike Jonze, 2013)

In una Los Angeles non troppo futura, Theodore (Joaquin Phoenix) si guadagna da vivere scrivendo corrispondenze epistolari. Lui che sostiene i rapporti affettivi altrui attraverso il più antico mezzo di comunicazione, vive solo, reduce da una dolorosa separazione. L'unico legame affettivo è con l'amica Amy (Amy Adams) fin quando, sedotto dalla pubblicità, acquista il sistema operativo OS, progettato per interagire con gli esseri umani. Samantha (il sistema operativo che ha la voce di Scarlett Johansson) più che una simulazione si rivela come essere pensante, in grado di entrare in sintonia con Theodore al punto che tra i due nascerà una storia d'amore.

Spike Jonze affonda la sua sceneggiatura nella deriva solipsistica dell'individuo. Guarda ad un'umanità sempre più incompresa che ha perso lo scopo sociale e sceglie, tra tutti, un uomo solo che come gli altri lavora per delle cause perse di vista da un pezzo. Theodore è uno scrittore, il suo è un lavoro automatico come tanti ma che risponde ad un bisogno comune ed inesprimibile. Il bisogno di umanità, cresciuto man mano che la formula del sociale è stata diluita e frazionata in fin troppe unità, in troppi singoli che attraverso la tecnologia ed i social media esprimono sempre più a gran voce il proprio io. Jonze denuncia - e lo fa in modo sottile e leggero -  nell'egocentrismo sempre più straniante della civiltà tecnologica odierna, il rischio dell'alienazione e nell'alienazione un vissuto privo di consistenza. Paradossalmente la soluzione alla perdita dell'umanesimo è compensata dalla realizzazione di una macchina pensante, OS o Samantha. 

L'evoluzione di Samantha accanto a Theodore la porta a rimpiangere l'assenza della Sua dimensione corporea, tanto che proverà ad "affittare" un corpo per essergli più vicina in amore. Laddove il rischio per Jonze era di risolvere banalmente la distanza fisica tra i due esseri nell'allontanamento di Theodore, ecco che arriva a dare a Samantha il peso più ingombrante. Il sistema operativo travalica i confini dell'umanità o, meglio, ci mette di fronte all'ennesima sconfitta dell'essere umano: l'umanità non risiede nel corpo ma nella mente. La dimensione fisica in senso tattile come definizione unica di ciò che è reale, non esiste. L'essere generato nasce da un errore ontologico che vede realtà e materia come binomio unico e inscindibile, quindi sceglie di intraprendere un'altra strada, verso una ricchezza che non è (più) di questo mondo.

Her mette in campo il transumanesimo e la disumanizzazione del reale. Samantha non è un' invenzione compensativa alla solitudine dell'uomo, quanto una riscoperta della dimensione perduta dell'anima. In un futuro non troppo distante in cui la deriva materica dell'individuo ha fagocitato la parte più autentica del nostro "essere umani", è una voce senza volto a darle corpo.

RICETTA E RIFLESSIONI
Sono stata via per tanto, troppo tempo. Questo film è arrivato come un fulmine a ciel sereno, un'immersione intensa in una dimensione che stavo tralasciando. Il lavoro, la vita di ogni giorno sempre uguale a se stessa, mi hanno allontanata da quello che più amo. Il cinema, l'arte, la scrittura stavano perdendo la loro consueta consistenza e con loro stavo perdendo me stessa. Spero di essere tornata.

Bando alle ciance. Se una terribile carestia intellettuale finisse col logorarvi per quasi un anno e poi un giorno vi capitasse di guardare quasi per caso un film bello, intenso, originale come Her, cosa vorreste mangiare? Io ho preparato le lasagne al pistacchio. Non perché si sposino particolarmente bene con il mood del film, ma perché è un piatto godurioso.

LASAGNE AL PISTACCHIO
300 g di Lasagne fresche all'uovo
200 g di pesto al pistacchio
500 ml di besciamella 
150 g di formaggio dolce a pasta filata
granella di pistacchio
parmigiano grattugiato q.b.
basilico
noce moscata

Per iniziare, se non volete usare la besciamella già pronta potete farla utilizzando la ricetta che trovate qui (anche se io, per 1l di latte utilizzo 70g di burro e 70g di farina, invece che 100g, è più leggera).
Mescolate il pesto in una ciotola con 3/4 della besciamella ed aggiungete 2 cucchiai di acqua bollente. Fate cuocere le sfoglie di lasagne una ad una in acqua bollente, ed adagiate le prime 3-4 nella teglia leggermente unta con la besciamella e il pesto. Alternate le sfoglie con la crema ed il formaggio dolce. Alla fine cospargete di sola besciamella, pamigiano, noce moscata, basilico e granella di pistacchio. Coprite la teglia con l'alluminio e infornate per 20' a 180°. Prima di estrarla dal forno, scoprite la teglia e fate dorare la superficie per pochi minuti con il grill. Ed ecco il risultato.


mercoledì 13 marzo 2013

IL LATO POSITIVO- Silver Linings Playbook (di David O. Russell, 2013)



Pat (Bradley Cooper) torna in famiglia dopo aver scontato otto mesi in un ospedale psichiatrico per aver quasi ammazzato di botte l’amante della moglie. Ancora tormentato dal suono della canzone del suo matrimonio, la stessa che suonava nello stereo il giorno in cui li aveva scoperti a fare la doccia in casa sua, è però intenzionato a rimettere a posto le cose. Un giorno conosce Tiffany (Jennifer Lawrence), anche lei con dei trascorsi psichiatrici poco limpidi sopraggiunti con la morte del marito. Poiché la ragazza acconsente a consegnare una lettera d’amore e buoni propositi di Pat alla moglie, che non potrebbe contattare per via di un’ordinanza restrittiva, lui in cambio accetta di farle da compagno per una gara di ballo. Intanto le premonizioni scaramantiche portano suo padre (Robert De Niro) a scommettere tutto il denaro di famiglia su una partita di football degli Eagle e, allo stesso tempo, sul punteggio minimo di Pat e Tiffany alla gara di ballo.

I toni spesso bizzarri di questa commedia sincera e spontanea si dividono a colpi di battute tra i bravissimi protagonisti Bradley Cooper e Jennifer Lawrence (che per il ruolo ha meritato un Oscar). La leggerezza fa da padrona, stemperando il rischio di gravità imminente atteso dal tema principale del film, la malattia mentale. Pat ha un disturbo bipolare da sempre sottovalutato, esploso per l’ennesimo rifiuto di una moglie infelice e per niente comprensiva. Tiffany è una giovanissima vedova che, a differenza di Pat, ha imparato ad accettarsi e a trovare un accordo con la propria infelicità. Non si incontrano per caso, nemmeno sembrano piacersi, ma nasce un rapporto straordinario via via più profondo e sorretto da una sceneggiatura incalzante ma semplice. Lui propende a dire subito tutto ciò che pensa, lei si difende dal mondo aggredendolo con tutte le armi che una donna può sfoderare.

Il football e la danza lascerebbero erroneamente pensare ad una commedia delle tante in cui ritrovare ragazzini fanatici, famiglie assenti e idoli da una sola stagione. Invece Russell prende dal football la ritualità di una famiglia qualunque (i gesti scaramantici, la mamma che fa la lasagna, i figli attorno al papà davanti alla tv); dalla danza l’occasione per imparare delle nuove regole disciplinari da imporre alla vita; dall’amore la cura che sta nel confronto, nello specchiarsi in qualcun altro, l’antidoto alla solitudine di un orizzonte senza punti definiti. Alcuni critici hanno parlato de Il Lato Positivo come di un film che parla della guarigione dalla malattia mentale con la forza dell’amore. Non è propriamente così. Non si tratta di guarire, quanto di accettare e superare una situazione ritrovando se stessi. Pat è da tutti additato come il pazzo, il carnefice della moglie Nicky ma in realtà è solo qualcuno che ha vissuto nella negazione di se stesso, tentando di cambiare per una donna che lo avrebbe voluto più magro, più attento, più silenzioso, più dolce. Per tutto il film lui non fa che indicare nel padre il suo stesso carattere, ma quasi mai nota nella madre la dolcezza, la comprensione che devotamente riserva alla sua famiglia. Perché Pat ha bisogno di un confronto, ha bisogno di riconoscersi in qualcuno o qualcosa, tanto che appena esce dall’ospedale decide di acquistare i libri che Nicky fa leggere agli allievi per “mettersi in pari” con la moglie, imparare com’è lei per essere come lei vuole, ma il risultato è una finestra rotta e un libro che non gli piace volato in mezzo alla strada alle quattro del mattino.

Tiffany invece si dà a tutti per non concedersi a nessuno. Il suo corpo è altro da sé. Ha vissuto la perdita e non vuole aprirsi a nessun altro per paura di restare nuovamente da sola. A differenza di Pat lei sa cosa si prova a trovarsi in qualcun altro, lei ha avuto modo di vedersi anche se ora non si ritrova più. La danza le serve ad imparare a controllare il proprio corpo, a sentirlo vivo e presente, non distante, non venduto, non odiato.
Il Lato Positivo è un film che si guarda tutto d’un fiato, non c’è modo di distrarsi dai deliri di Bradley Cooper che questa volta ripone i panni del bell’imbusto per essere ai limiti dell’innocenza come un bambino spaesato. Jennifer Lawrence è aggressiva e attraente come mai prima, una giovanissima donna dallo sguardo magnetico. Adorabile DeNiro, oramai come un caro nonnino che gioca diligentemente la sua parte nei film famigliari. Durante le due ore del film si ha la sensazione di vedere una bella commedia, leggera al punto giusto, ma solo alla fine la percezione della sua ricchezza si fa chiara, ed è davvero molto bello.

RICETTA
In casa mia non ci sono rituali particolari a cui attenersi ogni qual volta ci sia un’importante partita di calcio, forse perché l’unico tifoso è mio padre. Ricordo molto bene, però, che in occasione dei mondiali del 2006 guardai la prima partita con alcuni amici dell’università, evento che condizionò inesorabilmente tutti gli altri incontri poiché per la prima volta mi trovai costretta a seguire gesti scaramantici fino al fatidico Italia – Francia. Fortunatamente il giro cominciò con un’abbondante insalata di riso, che avrei cucinato sempre allo stesso modo per ogni partita. Se avessi preparato anch’io la lasagna, come fa la mamma di Pat nel film, invece che l’insalata di riso, probabilmente non sarei qui a raccontarla in questo modo dato che quell’estate caldissima rendeva impossibile l’uso del forno per più di un giorno in una modesta casa universitaria piena di tifosi trepidanti. Tuttavia l’idea che voglio trasmettervi in questo momento è quella di un piatto caldo per una serata in famiglia. Dopo il lavoro, lo studio, gli impegni giornalieri, una serata di quiete con le pantofole ai piedi ed il tavolino trascinato tra il divano e la tv per poter mangiare insieme guardando un film o una partita o una trasmissione televisiva. Una lasagna, perché no? E un dvd a noleggio come ai vecchi tempi.

LASAGNE CON GAMBERI E CREMA DI CARCIOFI
Lasagne fresche
5 carciofi
250 gr gamberi grandi
70 gr farina
70 gr burro
1 l latte
passata di pomodoro
mezza cipolla
prezzemolo
noce moscata q.b.
sale q.b.

Pulite i carciofi e tagliateli in spicchi. In una padella fate rosolare la cipolla, aggiungete i carciofi e mezzo bicchiere di acqua. Coprite e lasciate cuocere, aggiungendo altra acqua se una volta evaporata la precedente i carciofi non saranno ancora cotti. Aggiustate di sale, condite con poco prezzemolo fresco. Riducete in crema con il frullatore ad immersione e mettete da parte.
Intanto preparate la besciamella. In un pentolino fate sciogliere il burro a fuoco lento, appena sarà sciolto ma subito prima che cominci a friggere, togliete dal fuoco ed aggiungete la farina setacciata. Mescolate bene con un cucchiaio di legno, appena otterrete un composto ben amalgamato, rimettete sul fuoco e lasciate cuocere per 2 o 3 minuti. A questo punto versate il latte caldo poco a poco nel pentolino mescolando con una frusta. Cuocete fino a far addensare la salsa, sarà pronta nel momento in cui, immergendo un cucchiaino, la crema si attaccherà velando la superficie. Salate e profumate con la noce moscata.
Portate ad ebollizione dell’acqua tenendo accanto una teglia da forno leggermente unta con la passata di pomodoro. Cuocete le sfoglie di lasagna una alla volta procedendo alla farcitura nella teglia man mano che saranno cotte: per ogni strato mettete i gamberi (freschi non surgelati) sgusciati crudi e della crema di carciofi che avrete precedentemente diluito con 3 o 4 cucchiai di besciamella. Una volta terminati gli strati ricoprite con passata di pomodoro e besciamella. Infornate fino a cottura ultimata.

lunedì 23 maggio 2011

ANTICHRIST (L. Von Trier, 2009)

Un uomo (Willem Dafoe) e una donna (Charlotte Gainsbourg) fanno l'amore. Non si accorgono che il figlio è uscito dalla culla. Attratto dalla neve il bambino sale su una sedia e si sporge dalla finestra aperta per guardarla meglio, precipitando. Dopo un mese di terapia la madre ancora non riesce a superare il lutto e suo marito, psicoterapeuta, decide di curarla aiutandola ad affrontare e vincere le sue paure. Comincerà col portarla nel luogo che più teme, il bosco di Eden.

Lascia ch'io pianga
mia cruda sorte
e che sospiri la libertà
Sulle note dolenti del Rinaldo di Handel si consuma un amplesso feroce. Potentemente sottolineato dalla lentezza e dal bianco e nero. Giochi di fuochi della fotografia cullano lo sguardo. La bellezza della neve, la bellezza della pelle, la bellezza del dolore. La morte. La bellezza del silenzio.

Dolore, Ansia, Disperazione sono i tre atti tragici che scandiscono la vicenda. Simbolicamente rappresentati da tre animali totemici, Volpe, Corvo, Daino. La Volpe, favorita nell'accezione che la fa simbolo di astuzia, è qui emblema di sessualità incontrollata. Il Corvo annunciatore di morte, mentre il Daino è la vittima sacrificale. Indizi che confluiscono nel ritratto di una donna di affascinante complessità, il cui volto contratto, disteso, disperato è della talentuosa Charlotte Gainsbourg.


I primi passi si muovono a delineare una storia illusivamente giocata sul contrasto tra la forza emotiva, virile di lui, e la fragilità femminea di lei. La razionalità che tenta di guarire la Natura. Se non fosse che la Natura è intesa come Malvagità, istinto feroce. L'horror di Lars Von Trier non è da ricercarsi nella maniera del genere. L'orrore è il buio dell'animo umano. La falsità e l'imprevedibilità dell'abisso che giace in ogni uomo. In questo caso è proprio la donna ad essere portatrice di orrore. Donna ingannatrice, donna demoniaca, donna lussuriosa. Le donne di Lars sono spesso creature sacrificali, ma capaci del più grande amore e del più profondo odio. Esseri complicati. Protagoniste indecifrabili. Grembi violentati e ammantati di mistero.

Nella donna vive la sua immagine mitica e cristiana. Portatrice della cultura e del sapere della Terra, ma anche portatrice di colpe antiche, strega malefica serva del Male. Spaventosa agli occhi dell'uomo debole, ripetutamente castrato. Più che dichiarare misoginia, von Trier rilascia in un afflato disperato tutto il terrore che potrebbe esprimere l'uomo freudiano. Dalla scena primaria (il bambino che vede i genitori mentre fanno l'amore) alla castrazione (tentata e finanche allusa con la perforazione della gamba) l'incubo si realizza. I protagonisti non hanno nome. Apparentemente marionette di un destino ingovernabile, nel corso del film si rivelano sorta di archetipi della paura. 

Scritto per se stesso, più che per il pubblico, Antichrist scaturisce dal viaggio dell'autore nell'intimo della propria depressione. Lars Von Trier, come Ingmar Bergman prima di lui (http://unfilmperdessert.blogspot.com/search/label/ingmar%20bergman), esorcizza i suoi demoni nel fare artistico. E lo fa servendosi di simbolismi e psicanalisi quasi a voler trovare una via per poterli placare col raziocinio, proprio come fa il suo protagonista. Ma sacrificare l' "anticristo", la parte più oscura di sé, non garantisce la salvezza. Zoppicanti e feriti si va avanti, ma poggiando i piedi sui corpi dei sacrifici passati.

RICETTA
La stregoneria inquisita nel corso dei secoli non era di certo il culto del Maligno, né l'allegra consumazione di riti peccaminosi ogni notte di luna piena. La storia giustamente rivisitata ci parla della celebrazione dei cicli della natura e di saperi antichi, tramandati per generazioni, sulle proprietà curative delle piante e cose analoghe. Sentendomi un pò "strega", il richiamo della mia inconfondibile natura di donna mi spinge a voler celebrare la stagione. Non andrò di certo a danzare nel bosco, né ad abbracciare l'albero dall'altro lato della strada, ma vi proporrò una ricetta a base di verdure di stagione (di Giugno...che Maggio è finito). Le streghe del nuovo millennio sono quelle che mangiano bio!
TAGLIATELLE ALLA CARBONARA VEGETALE
400g di Tagliatelle fresche all'uovo
6 Zucchine
1/2 Peperone
1 Cipolla fresca
due "alberelli" di cavolfiore
noce moscata
2 uova
parmigiano
olio
sale
pepe in grani
Lavate e affettate le verdure. Fate rosolare la cipolla in olio ben caldo ed aggiungete via via le altre verdure. Salate e fate cuocere 15 minuti a fiamma bassa e a tegame coperto. In una pentola portate ad ebollizione l'acqua salata. Intanto in una terrina sbattete le uova con pepe e noce moscata, un pizzico. Appena le tagliatelle saranno cotte, scolatele e saltate tutto in padella. Lasciate riposare per un paio di minuti, condite col formaggio e servite.

martedì 5 aprile 2011

BORIS- Il Film (G. Ciarrapico, M.Torre, L.Vendruscolo, 2011)

Forse se non si guarda Boris con gli Occhi del Cuore, lo si apprezza in modo diverso. Certo è che il film è il punto di arrivo inevitabile della "fuori-serie" che per tre stagioni ha appassionato gli spettatori, passando da fenomeno di nicchia a vero e proprio cult televisivo. La serie che ha fatto baluardo della satira sociale, che ha messo in campo la rete malsana che sta dietro gli schermi e gli abbagli pubblicitari, ora si avventa sul cinema. 


Il regista René Ferretti (Francesco Pannofino) abbandona il set dell'ennesimo serial televisivo quando la rete gli impone di riprendere il giovane Ratzinger (interpretato dal divo Stanis LaRochelle-Pietro Sermonti) che corre in un campo al ralenti, gaio per la scoperta di un vaccino. Riducendo tutti sul lastrico, René si chiude in casa deluso da se stesso e depresso. Finché gli viene proposto il salto di qualità: girare un film tratto dal bestseller politico La Casta, affiancato finalmente da validi collaboratori. Ma l'eccellenza cinematografica sarà forse solo un abbaglio, perché i veri soldi -e sempre di quelli si tratta- si fanno con il cinepanettone.

Accompagnato da un nuovo tormentone musicale, firmato ancora da Elio e le Storie Tese, Boris approda al cinema in gran forma. Rivive la satira pungente della prima stagione televisiva e la sfida del grande schermo non sembra nuocergli. Alle figure già note ed amate dei divi Stanis (fantastico nel tentativo di interpretare inspiegabilmente Gianfranco Fini) e la "cagna maledetta" Corinna (Carolina Crescentini), l'assistente integerrima Arianna (Caterina Guzzanti), gli stagisti Alessandro (Alessandro Tiberi) e Lorenzo (Carlo De Ruggeri), il tecnico coatto Biascica (Paolo Calabresi), il direttore della fotografia cocainomane Duccio (Ninni Bruschetta), la segretaria d'edizione alcolizzata Itala (Roberta Fiorentini), gli sceneggiatori democratici e molti altri, si aggiungono la divertente Marilita Loy, attrice bravissima ma eccessivamente insicura, parodia dichiarata di Margherita Buy, e l'attore Francesco Campo, talentuoso, libero da agganci politici vari ma legato ad un vizio letale.

Se la materia d'indagine del film si muove sul filo dello svelamento della politica delle raccomandazioni, dei monopoli cinematografici, della limitata libertà espressiva dell'arte in Italia; il fatto che arrivi nelle sale insieme al successo di altre commedie di satira sociale, lascia intravedere un barlume di speranza sul pericolo a cui va incontro il cinema nostrano. Il volto di René Ferretti di fronte al fallimento è la risposta di chi vede la realtà buia dietro il contentino momentaneo, un ennesimo ritratto d'artista indisposto dagli eventi e dalle dinamiche del mercato, consapevole che dietro ogni compromesso c'è un principio etico che muore.

Dopo la TV c'è il cinema, dopo il cinema la Radio e poi la Morte.
RICETTA
Un inno all'italianetà, festeggiamo BORIS con un piatto di  
Spaghetti all'Amatriciana
Spaghetti
Sugo di Pomodoro
Guanciale a cubetti
pepe nero
peperoncino
olio
sale 
vino bianco

Tagliate il guanciale a cubetti, privandolo della cotenna. Soffriggete in poco olio. Fate cuocere un pò con il peperoncino e poi sfumate con del vino. Quando si sarà asciugato togliete il guanciale dalla pentola e fate cuocere, nello stesso fondo di cottura, il sugo di pomodoro. Bollite e scolate gli spaghetti. Riversateli nella padella con il sugo, aggiungete nuovamente il guanciale e saltate in padella per pochissimi minuti. Pepate e condite con il pecorino.

martedì 7 dicembre 2010

VIOLA DI MARE (D. Maiorca, 2009)

Angela (Valeria Solarino) e Sara (Isabella Ragonese) sono amiche d'infanzia nella Sicilia di metà Ottocento. La guerra le separerà per poi farle ritrovare da adulte negli stessi luoghi condivisi da bambine. L'amore tra le due, però, dovrà battersi con le convenzioni sociali e, nel caso di Angela, con un padre violento ed autoritario.

L'aspetto più interessante del film sta nell'uso voyeristico della macchina da presa, in modo evidente nelle numerose scene di sesso. Una percezione segreta, rubata, dei corpi scolpiti delle protagoniste è restituita allo sguardo, dove l'ombra si sotituisce alla luce e tenta di proteggerli. Ma diventa aggressiva nelle scene che si svolgono tra le mura domestiche in casa di Angela, dove la stessa ombra arriva a seppellire quel corpo che poco prima aveva accarezzato. Bello anche il contrappunto rock curato da Gianna Nannini.

Qualcuno ha parlato di atmosfere verghiane nella messa in scena della Sicilia risorgimentale tra cielo, mare e miniere di tufo. Ma in rapporto al paragone si nota un'ingenua semplificazione del rischio sociale attorno alla vicenda. Se in casa l'onta può essere taciuta, la si può mascherare, ciò non vale nell'opinione dei vicini. Ne I Malavoglia, ad esempio, il vociare degli abitanti di 'Trezza fa da contraltare perenne alle voci della famiglia. Nel film della Maiorca il ruolo del "sociale" è abbozzato. Probabilmente la regista ha pensato bene di condensare la narrazione attorno alla felicità conquistata delle due amanti, ma le figurine che fanno da sfondo alla vicenda restano poco incisive.


Forse a mancare è la percezione dello scandalo. La bravissima Valeria Solarino fa tutto da sola e ben si destreggia nei panni maschili, preservando il giusto ed intenso grado di ambigua sensualità. Ma l'intensità drammatica si disperde nelle tracce sfuocate e fin troppo ripartite tra un padre eccessivo e a volte poco credibile, una zia silenziosamente misteriosa ma poco presente, una madre eterea e sconvolta, una (ripeto) popolazione inebetita e falsamente coinvolta.

Tratto dal libro Minchia di Re di Giacomo Pilati, il titolo fa riferimento al pesce Viola di Mare, che cambia sesso per amore. Peccato che, prima della didascalia che precede i titoli di coda, nel film non se ne faccia alcuna menzione.

RICETTA
Cercavo una ricetta marinara da proporre in questo contesto, ma che poco avesse a che fare con tradizioni regionali o piatti tipici già acquisiti. Ho trovato qualcosa di molto interessante e probabilmente insolito per la scelta di una particolare qualità di riso.
RISO NERO CON TOTANO E CARCIOFI
180g di riso Selvaggio
180g di totano affumicato
4 carciofi
2 pomodori
100 ml. di brodo vegetale
1 limone
2 scalogni
3 cucchiai d'olio extravergine
prezzemolo
sale e pepe
Immergete il riso per 8 ore in acqua fredda. Una volta ammollato, bollitelo in acqua salta per circa 30 minuti, poi scolatelo al dente. Pulite i carciofi eliminando le spine le foglie esterne e tornite la base con un coltellino. Lasciateli poi in acqua acidulata con limone. Lavate i pomodori, sbollentateli 1 minuto, scolateli in acqua ghiacciata e pelateli. Eliminate i semi e tagliate la polpa a dadini. Tritate finemente gli scalogni e stufateli in padella con olio. Unite i carciofi tagliati a lamelle sottilissime e saltateli 3 minuti con sale, pepe e poco prezzemolo tritato. Aggiungete il totano affumicato tagliato a striscioline e sfumate con il brodo bollente. Unite il pomodoro e per ultimo il riso. Saltate il tutto a fiamma viva, mettete un trito di prezzemolo e la buccia di limone grattugiata.

venerdì 30 luglio 2010

Baarìa

A metà del XIX secolo Gustave Courbet ritrasse tutte gli abitanti di Ornans, suo paese natale, nel dipinto intitolato "Funerale a Ornans". I volti che vi figurano hanno espressioni ingenue, quelle di chi mai si aspetterebbe di essere ritratto in una tela imponente.
Giuseppe Tornatore, con Baarìa (2009), in modo analogo, tenta di raccontare la sua Bagheria. Tuttavia non si sofferma su un singolo avvenimento, ma tenta di comporre un' opera che abbia respiro epico. Le vicissitudini di una singola famiglia scandiscono lo scorrere del tempo per tre generazioni, attraversando la storia d’Italia e della Sicilia dal ventennio fascista al tramonto della Democrazia Cristiana.
A fare da collante è la luce assolata del sud, la luce vivida dei ricordi e del romanticismo che li alimenta. E, come nel dipinto di Courbet, si affollano volti riconoscibili e volti attoniti. Camei di attori celeberrimi ed espressioni ingenue. Un affresco colossale ma, ahimè, dispersivo.
Prima che Baarìa arrivasse nelle sale eravamo già tutti pronti ad acclamare il nostro colossal paesano. L’impresa epica della cinematografia italiana, apologia della sua storia e dei suoi valori. Ma il risultato è un affresco paesaggistico in cui i singoli personaggi si disperdono. Uniformati da una luce troppo intensa perdono i contorni; si aggirano senz’anima e senza parte nel racconto storico eccessivamente didascalico. Tornatore pecca ingenuamente di voler dare il suo contributo alla visione storica di quegli anni. E lo fa con eccesso di zelo, affidando la fotografia al suo sguardo intimo e malinconico, la narrazione alle dimensioni mastodontiche dell’affresco storico. Se Courbet aveva racchiuso la sua Ornans nella quotidianità di un momento, lasciando in sordina ogni possibile perché, Tornatore lancia le sue figurine appena abbozzate sullo sfondo di una tela troppo piena.Piacevole è la traccia stilistica riconoscibile proprio nel dichiarato amore per il cinema, e che Tornatore non tralascia mai di denunciare. Da "Nuovo Cinema Paradiso" a "Baarìa" le immagini accarezzano con le dita frammenti di pellicola, ripensano al west di Sergio Leone e sorridono della purezza d'intenti con cui loro stesse si perdono nella nostalgia.

Se associassi al film una ricetta siciliana, meriterei a pieno titolo la denuncia di scontatezza. Invece vorrei proporre una ricetta ispirata proprio alla calura estiva, una ricetta che ben si accorda alla luce accecante di Tunisi/Bagheria e che va incontro alle esigenze dietetiche da prova costume.

INSALATA DI GRANO E TOFU
ingredienti
200g di grano
60g di tofu
una cipolla fresca bianca
100g di pomodorini
2 cetrioli
aglio
basilico
sale e olio q.b.

Bollite il grano in abbondante acqua salata e mettete a raffreddare in una ciotola con pochissimo olio. Tagliate i pomodorini ed i cetrioli a quadratini, condire con aglio basilico sale e olio. Lasciate insaporire. Intanto scaldate una piastra sulla quale griglierete la cipolla tagliata a listelle sottili ed il tofu appena salato. Appena si saranno dorati tagliate anche il tofu a quadratini e riunite tutti gli ingredienti nella ciotola con il grano. Decorate con basilico fresco e servite.

giovedì 27 maggio 2010

Una cena per Jeremy Irons


Il 14 Aprile scorso ero in trepidazione per la presenza di Jeremy Irons alla nuova edizione di "Viaggio nel cinema americano" a cura di Mario Sesti e Antonio Monda all'Auditorium Parco della Musica di Roma -per ulteriori chiarimenti rimando al post del 14 Aprile scorso.
Ahimè il dio vulcano si era scagliato contro l'attore reo di aver voluto osare contro la potenza del divino. Impossibilitato a partire, l'incontro era stato annullato. Evidentemente per l'invocazione di un qualche deus ex machina in palese ritardo, il 25 Maggio l'evento ha potuto finalmente avere luogo.

E' strano come ci si predisponga con l'animo di una scolaretta impacciata a simili occasioni. Sapevo che sarebbe stato insolito trovarmi di fronte l'attore e la mia immagine di Jeremy Irons allo stesso tempo.
La sala era piena. Le poche poltroncine rosse ancora libere venivano occupate in tutta fretta dai ritardatari mentre le luci cominciavano ad affievolirsi. Buio. Il palco illuminato al centro. Quattro posti liberi sotto i riflettori. Non riuscivo a contenere l'attesa. Entrano gli organizzatori, è questione di attimi, annunciano l'ospite ... eccolo lì. Jeremy Irons.

Elegante, sorride al pubblico, saluta e si accomoda tra i suoi intervistatori. Parla del mestiere dell'attore, non senza ironia. Ha una voce così calda. Brevi sequenze di suoi film vengono proiettate alle sue spalle ed ecco che la magia si ricrea. Vedo costruirsi il mio film con Jeremy Irons. Scrivo sui miei occhi quell'incontro così atteso e lui sorride ad ogni domanda. Un'armonia suadente si articola tra i suoi interventi e le scene che si alternano alle sue spalle.
In fondo il cinema è sempre un trucco. Il suo compito è quello di creare mondi che non esistono e di renderli verosimili
Lo dice a proposito del film Inseparabili (D.Cronenberg, 1988). Parla del suo incontro con "Bob" DeNiro sul set di the Mission (R.Joffè, 1986) e di quanto fosse lento a recitare DeNiro. Parla della loro amicizia nata solo dopo una litigata sul set perchè DeNiro voleva un attore più vecchio nel ruolo assegnato ad Irons. Parla dei suoi studi, dell'esperienza a teatro. Avrei tanto voluto chiedergli che differenza sentiva tra il recitare Shakespeare per il teatro ed il recitarlo per il cinema. Ma il momento delle domande era anche il momento in cui la magia del cinema si stava affievolendo. Le luci accese sulla sala mi ricordavano d'un tratto che non sarei riuscita ad osare tanto. Se mi fossi rivolta direttamente a lui mi sarei messa troppo allo scoperto. Ed è ancora presto per farlo. Un domani, se mai riuscirò a vincere questa strana paura, potrò alzare la mano e rivolgermi direttamente allo" schermo". Mettere alla prova la sua essenza.


Parlando della sua esperienza di doppiaggio de Il Re Leone (R.Allers, 1994) e della sua delusione nel vedere Scar, il personaggio disegnato in base alla sua fisionomia, Mr. Irons ha ricordato che nello stesso periodo i sondaggi gli attribuivano il primato di uomo a cui tutte le donne avrebbero voluto preparare un buon pasto.
Non dico che la cosa calzi a pennello per questo blog, ma quasi. La domanda è: Donne, cosa preparereste se invitaste a cena Jeremy Irons?
Ci vorrebbe qualcosa di raffinato, leggero, gustoso, ma sorprendente. Un pizzico di pepe qua e là per ritmare le papille gustative. Come...

COCKTAIL DI GAMBERI
CREPES AL SALMONE
COZZE ALL'ARANCIA E ZENZERO
INGREDIENTI
per il cocktail
400g di gamberetti freschi
1 lattuga
2 cucchiai di prezzemolo tritato
350g di salsa rosa

Sgusciate e lessate i gamberi in abbondante acqua bollente, leggermente salata, per 2-3 minuti. Lavate la lattuga, tagliatela a striscioline molto sottili e disponetela in coppe da portata. Appena si saranno raffreddati adagiatevi sopra i gamberi. Ed, infine, la salsa ed il prezzemolo. Se la salsa rosa che trovate in commercio non dovesse essere di vostro gradimento, è molto semplice farla a casa. Basta unire maionese e ketchup fino ad ottenere una colorazione rosa tenue. Aggiungete 2 cucchiai di succo di limone ed il gioco è fatto. Sul vostro cocktail starà molto bene anche qualche granello di pepe rosa.
per le crepes

farina, qb.
latte parzialmente scremato, qb
2 uova
200g di salmone affumicato
100g di pomodorini ciliegini
100ml di salsa béchamel
prezzemolo
noce moscata
burro
sale qb

Per la preparazione delle crepes, le dosi cui mi attengo di solito sono: per ogni uovo 2 tazzine da caffè di farina, e 2 tazzine di latte. Un pizzico di sale. Lavorate il composto con uno sbattitore elettrico fino ad ottenere una crema liscia ed omogenea. Su una padella antiaderente non molto grande, leggermente imburrata, versate 3-4 cucchiai di impasto. Appena si staccherà dal fondo della padella, girare la crepe e cuocere dall'altro lato per pochi secondi. Procedete fino a che l'impasto non sarà finito. A parte, in una pentola, fate sciogliere una noce di burro alla quale aggiungerete i pomodorini ed il prezzemolo tritato, lasciandone un pò da parte. Appena si sarà ritirato il sughetto aggiungete il salmone, fatelo cuocere per pochi minuti. In un piatto da portata adagiate una ad una le crepes nelle quali metterete il sughetto al salmone, un cucchiaio di béchamel. Una volta chiuse decoratele con dell'altra salsa béchamel, noce moscata e prezzemolo tritato.
per le cozze
1kg di cozze
1 arancia
zenzero fresco
vino bianco
prezzemolo tritato

Ricavate delle striscioline dalla buccia d'arancia. Spremete il succo. In un tegame capiente ponete le cozze ben lavate e fatele aprire cuocendole con il vino ed il succo d'arancia. Private le cozze della metà del guscio cui non è attaccato il mollusco e tenetele al caldo in un piatto da portata. Nel sughetto aggiungete le strisce di scorza d'arancia, lo zenzero e il prezzemolo.
Fate restringere, adagiatelo sulle cozze e servite caldo.

Bene. Questa è la cena che preparerei se dovessi invitare Jeremy Irons. E il dolce? Bè, il dolce sta a voi deciderlo. Non posso consigliare un dolce mio per il vostro, personale, Jeremy Irons.


Per le ricette si ringrazia www.giallozafferano.it

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